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Tempo di “Sogni meridiani”, viaggio tra i cantadores sardi

Oltre sessanta ritratti analogici in bianco e nero di poeti e poetesse isolani. Una grande mostra dal 1° giugno nella Vigne Surrau. Parla il curatore Ligios

Mentre a colpi di rime affilate si misurava con gli avversari nelle gare di poesia estemporanea, al poeta bastava buttare uno sguardo tra la folla per avvistare il ragazzo. Jeans e macchina fotografica, catturava lampi degli occhi, atteggiamenti del corpo e movimenti delle mani con una serietà che lo lusingava. Finivano gli anni Settanta. Il poeta, già anziano, era Remundu Piras, il re degli improvvisatori in limba loguderese. Il ragazzo, suo compaesano, nato anche a lui a Villanova Monteleone, ma più di trent’anni dopo, nel 1949, sarebbe diventato uno dei fotografi sardi più conosciuti anche fuori dall’isola. Inizia così la passione di Salvatore Ligios – presidente di “Su Palatu-Fotografia” e direttore artistico della biennale “Menotrentuno: giovane fotografia europea in Sardegna” – per i poeti e la poesia. Una curiosità già dichiarata in alcuni degli oltre quaranta libri che il fotografo di Villanova ha dedicato a tradizioni, personaggi e paesaggi della Sardegna. E che adesso si rinnova con una mostra accompagnata da un catalogo pubblicato da Soter e arricchito da un saggio critico di Sonia Borsato. “Sogni meridiani. Viaggio nella poesia contemporanea”: 63 ritratti analogici in bianco e nero di poeti e poetesse, corredati da altrettante poesie. Dal primo giugno al 29 luglio negli spazi espositivi di Vigne Surrau ad Arzachena. E poi, fino a novembre, a Villa Verde, Neoneli, Desulo e più avanti in altri centri interessati a diffondere il progetto.

Che cosa è “Sogni meridiani”?

«È un viaggio in macchina durato sei mesi attraverso la Sardegna, sulle tracce di una realtà che non conosce regole, perché la poesia nasce in tutti gli ambienti, in quelli dotti e in quelli considerati meno colti, che invece spesso la praticano con risultati molto efficaci».

Come si fa a condensare tanta ricchezza in 63 fotografie?

«Il mio scopo non era fare una mostra e un libro enciclopedici. La mia è una testimonianza sicuramente incompleta, per scelta: tanti autori, anche molto noti a livello nazionale, sono rimasti fuori per evitare che i più famosi coprissero tutto il resto. Mi interessava fotografare un fenomeno diffuso in tante forme diverse, scritte, orali, performative, in italiano, in sardo, piuttosto che celebrare i primi in classifica».

Un rifiuto delle gerarchie già collaudato nel volume “Facce di sardi. Ritratti d’identità”.

«Il libro sui poeti è un’ideale prosecuzione di quello del 2001 sugli intellettuali, che mette insieme accademici e persone sconosciute ai più ma con qualcosa di interessante da dire».

In “Sogni meridiani”, accanto ad autori pubblicati da editori nazionali – tra gli altri, Antonella Anedda, Alberto Masala, Alessandra Berardi – e a performer come Mario Pischedda e il Poetry Slam, lei fotografa gli eredi dei “cantadores a bolu”. Una tradizione vigorosa?

«Sì, e in molti casi riguarda intere famiglie. Questo è uno degli aspetti che ho cercato di fare emergere. A Selargius ci sono le sorelle Dolores e Paola Dentoni, discendenti da una famiglia di poeti e a loro volta poetesse chiamate nei paesi per le gare. Così come i fratelli Monni, di Cagliari, esperti nella forma tradizionale dei mutetus. O ancora Roberto Zuncheddu, di Burcei, e suo figlio Luigi che a diciassette anni è già una promessa della poesia campidanese. Nel libro ci sono tanti giovani, per esempio Rachel Falchi, sassarese nata a Bangalore, o l’algherese Lorenzo Mongile».

Di tutti colpisce la quotidianità degli ambienti e delle situazioni in cui si sono lasciati fotografare.

«Sono ambientazioni quotidiane perché ciascuno di loro non vive sotto una campana di vetro, come il cliché del poeta potrebbe far pensare. Sono infermieri, allevatori di cavalli, magazzinieri, librai, professionisti. Ciascuno ha scelto il luogo più adatto alla sua personalità, non per forza uno studio o un palco, ma il mare, la campagna, una strada, un bar, il posto di lavoro. Non mi sono concentrato sull’estetica fine a se stessa delle inquadrature e ho cercato di fare in modo che gli elementi compositivi non prendessero il sopravvento sul racconto. Non mi interessa che chi guarda le mie foto le trovi belle o brutte, ma che si faccia delle domande, che metta in moto un gioco di rimandi tra le fotografie e le poesie che accompagnano i ritratti».

All’inizio del catalogo c’è una sua foto di Remundu Piras durante una gara di improvvisazione. Che ricordi ha di lui?

«Remundu Piras ha rappresentato per me il primo contatto diretto con la poesia, che fino ad allora avevo frequentato solo sui libri di scuola. Lui invece era del mio paese, praticamente ce l’avevo sotto casa, quindi ho avuto la possibilità di seguirlo spesso nei suoi ultimi anni. Anche grazie a Paolo Pillonca (scomparso pochi giorni fa e anche lui tra i poeti fotografati da Ligios, ndr) che ha raccolto tutti i suoi testi e ha fatto da tramite tra me e lui. Remundu Piras aveva un’ironia e una capacità sbalorditiva di raccontare la società, gli affetti, la politica, oltretutto con una lingua, il sardo, che ci apparteneva. Negli anni Settanta c’era un’attenzione forte nei confronti di ciò che era locale. Non esisteva ancora la società di massa fatta esplodere dalla televisione, dai mass media che in qualche modo ha un po’ addormentato e cancellato molti aspetti di quella cultura».

Si lasciava fotografare volentieri?

«Sì, perché aveva capito il valore documentario della mia ricerca e l’importanza della fotografia per far circolare i personaggi e le idee».

Nel suo viaggio fotografico, che idea si è fatto della poesia sarda, sempre che questa definizione abbia un senso?

«È una poesia per molti aspetti legata al locale, soprattutto quella in lingua sarda, ma è anche aperta al mondo contemporaneo, non è necessariamente rivolta al passato. Ha tantissime forme e interagisce con la musica, la performance, le arti visive. Vorrei che dalle foto raccolte nel libro venisse fuori un ritratto collettivo, senza star o privilegiati».

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