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In trenino dal mare al monte bianco: dall'amore per il Montalbo la sfida di due imprenditori

In trenino dal mare al monte bianco: dall'amore per il Montalbo la sfida di due imprenditori

La spettacolare vista sul Golfo di Orosei è il premio finale di un percorso affascinante che passa per Lodè, Lula, l'altopiano di Bitti, Posada

Arrivi a tre passi dal cielo, scendi dal trenino e guardi il paradiso attorno: vista dall’alto del Montalbo l’isola di Tavolara sembra lì davanti, come se le distanze fossero soltanto un’illusione ottica. Persino una leggera foschia appare come dipinta in questa tela dal vivo. L’intera costa nord-orientale si perde nell’orizzonte che va da Capo Comino fino a Olbia: il panorama apre la finestra sul golfo di Orosei, Siniscola, Torpè e Posada con il suo imponente Castello della Fava. E se punti poco poco più a meridione, appaiono il Monte Senes di Irgoli e il Monte Tuttavista di Galtellì.

Quando poi ti giri, con la testa persa tra le nuvole, ecco allora che approdi nei paesi dell’interno, Lodè prima di tutto, con la sua frazione turistica Sant’Anna, Lula un attimino più in là, e l’altopiano di Bitti, fino a tornare verso Torpè, la diga, e ancora Posada, nel vasto mondo che dal Montalbo abbraccia tutto il Parco Tepilora. È un’emozione davvero unica, viaggiare a bordo del Trenino avventura Montalbo, un gommato di quaranta posti, battezzato ieri da una coppia di giovani imprenditori.

Da hobby a impresa

Lui è Franco Floris, 42 anni, di Lodè, impresario edile di casa a Budoni e in Costa Smeralda. Lei è Tonia Ferrai, classe 1983, di Budoni con sangue ogliastrino. Appassionati entrambi di enduro, è da qualche anno che si stavano guardando attorno per differenziare il reddito. E per poter osservare meglio, Floris l’anno scorso ha persino noleggiato un elicottero che ha sorvolato in lungo e in largo il Montalbo. «Abbiamo fatto cinquanta escursioni partendo da Sant’Anna» racconta l’imprenditore. Cinquanta voli per cinquanta turisti diversi, tedeschi soprattutto. «Da due anni, poi, stiamo proponendo escursioni in 4x4 lungo le strade impervie di Tepilora». Ora hanno a disposizione due Land Rover e trenta canoe per chi volesse pagaiare nella zona umida del parco, sul rio Posada. Insomma: «Quello che era soltanto un hobby – sottolinea Floris –, sta diventando per noi una vera e propria attività parallela, senza alcun contributo pubblico». Così nel 2016 è nata la società Sardegna explorer tour che adesso porta i turisti anche in cima al paradiso del Montalbo, a bordo del trenino, una motrice con due vagoni al traino. Tutti i giorni, da domani e fino al 30 settembre (dopo il viaggio inaugurale di qualche giorno fa), ma solo su prenotazione (per info: tel. 328 3356511). Un viaggio di trenta chilometri, trentamila metri di avventura sulla pedemontana che rincorre la cresta di questo massiccio aspro e rude diventato simbolo dell’Alta Baronia. Orientata a nord-est, la catena montuosa del Montalbo si estende da Siniscola fino a Lula, per un totale di 100 chilometri quadrati. Oltre ai due Comuni che segnano le estremità, gravitano nel bacino del monte anche i Comuni di Lodè, Loculi e Irgoli. Sul versante orientale il Montalbo è delimitato dalla statale 131 dcn, mentre su quello occidentale è la provinciale panoramica Siniscola-Sant’Anna di Lodè-Lula a seguirne le forme. Per uno strano gioco geologico, due sono le cime più alte: Punta Catirina e Punta Turuddò. Entrambe raggiungono i 1.127 metri di altitudine. Dirimpettaie, sembrano vigilare sul paese di Lula, che sorge ai loro piedi. A pochi passi dal mare di La Caletta o di Santa Lucia, raggiungere le vette del Montalbo è un modo per assicurarsi una postazione privilegiata su un panorama straordinario. Il blu del mare, da un lato; il verde dei boschi, dall’altro. Se poi si guarda lungo la dorsale del monte, è il bianco a dominare. Non a caso, questa montagna si chiama così: Montalbo.

Calcari mesozoici

Deve il nome al candore delle sue rocce, antichi calcari mesozoici. Montalbo, dunque, esattamente come Montebianco (“albo” deriva dal sardo “arvu” = “bianco”). La base di partenza è Sant’Anna, a dieci chilometri sia da Lodè, su un versante, sia da Siniscola, sull’altro. Il ritrovo è la mattina alle 9 davanti alla Casa del parco, la vecchia casa cantoniera rinata con l’arrivo del riconoscimento Mab (Man and the Biosphere) dell’Unesco che unisce Tepilora, Rio Posada e Montalbo. Su Lidone, sa Mela, s’Adde, sa Janna ‘e Riu Siccu sono tappe obbligate per gli escursionisti che si lasciano andare alle meraviglie del tour. Ogni tanto una sosta, per sgranchire le gambe e fare qualche fotografia. Per vedere i pinnetos dei pastori e magari, chissà, fare un incontro ravvicinato con qualche esemplare di astore o di sparviere, poiana o gheppio, falco pellegrino o pernice sarda, sempre che non sia una Signora dei cieli come l’aquila reale a concedersi ai comuni mortali. Gli ambienti boschivi e rocciosi del Montalbo sono caratterizzati dalla presenza della lepre sarda, della volpe e del gatto selvatico. Sorprendente è la varietà della flora, costituita da circa 700 specie, fra cui numerose forme endemiche. I boschi di leccio, come quello di Mariane ‘e Jana, altra tappa obbligata del Trenino avventura Montalbo, non sono certo rari, ma anche gli olivastri abbondano nella macchia mediterranea. Spesso ad attirare l’attenzione del visitatore sono i ginepri contorti, che con le loro radici hanno imprigionato, nel corso dei secoli, massi giganteschi. Il cisto, il corbezzolo e l’erica colorano ampi pianori del massiccio, resi ancora più ricchi in primavera dalla fioritura dei ciclamini. Non mancano anche alcune colonie di tassi pluricentenari.

Balli sardi e casu etzu

«Facciamo tappa anche alla fonte naturale di Talisu» annuncia ancora Franco Floris, dopo una prima degustazione mattutina di prodotti tipici. «Prodotti di nicchia» corregge subito questo imprenditore che sa vedere lontano. «Questo territorio è una meraviglia, abbiamo un patrimonio in casa nostra che dobbiamo tutelare e valorizzare» dice, ben sapendo che da queste parti esistono un rinomato hotel-ristorante, una locanda, tre aziende agrituristiche, un bar e un paio di bed & breakfast. «Dobbiamo riuscire a muovere un po’ di economia locale» sostiene. Poi via, tra una chiacchiera e l’altra, sempre più avanti, con il Trenino avventura Montalbo che si muove mentre un giovanissimo suonatore d’organetto diatonico ci va dentro con i balli sardi, verso il vecchio frantoio de sos carchinajos, fino a Portellitos, al bivio per Lula. A Guzzurra c’è persino il tempo di fare una camminata a piedi per poi raggiungere un ovile antico di almeno 150 anni: qui il pastore mostra come si lavorano il formaggio e la ricotta e chi è davvero curioso può anche provare a mungere pecore e capre. Mezzora dopo, intorno alle 12.30, si mangia: buffet per tutti, a base di prodotti biologici, pasta al ragù, carne arrosto con patate, casu friscu e casu etzu, e vino rosso del circondario. La siesta è vietata, il tempo è oro colato, soprattutto in paradiso. E come tutte le zone calcaree, anche questo monte è sede di fenomeni carsici e, quindi, di grotte sotterranee. Alle quote più alte il paesaggio è contraddistinto da estese aree del tutto prive, o quasi, di vegetazione. Proprio per la sua natura carsica, nel Montalbo sono assenti corsi d’acqua superficiali. È alle falde del massiccio che le acque sgorgano, dopo essere state assorbite in profondità, nelle varie sorgenti. Particolarmente suggestivo l’incontro ravvicinato con la cascata de s’Inguglitogliu.

Le tracce di una mulattiera e di una pista per carri a buoi, su caminu ‘e carru, sono testimoni della presenza umana fino alla metà degli anni Cinquanta del ’900. Non sono poi così lontani i tempi in cui gli abitanti di Lodè, Lula e Siniscola salivano al monte per coltivare su laòre (il grano), nonostante le immani fatiche. C’erano sos carchinajos, i lavoratori
della calce, ottenuta cuocendo la pietra calcarea di questo santuario bianco che oggi come sempre ti conquista e non di lascia più andare, neppure dopo otto ore di viaggio all’aperto. Con l’infaticabile Trenino avventura Montalbo di nuovo pronto a ripartire dalla base di Sant’Anna.

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