L’uomo occidentale assediato dal tempo nel mondo digitale

La ricerca di Giuseppe De Rita e di Antonio Galdo  Una lucida analisi delle derive della nostra società 

Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis, e Antonio Galdo, fondatore e direttore del sito www.nonsprecare.it, proseguono la loro collaborazione saggistica su temi di assoluta attualità, come testimonia il loro ultimo lavoro, “Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità” (Einaudi, pp. 94, 14,50 euro). Il libro è un efficace pamphlet sulla «piena crisi antropologica» dell’«uomo occidentale», vittima, nella nostra contemporaneità, di un vero e proprio assedio da parte del «presente», con la perdita inestimabile del suo rapporto col tempo lineare, «l’unico in grado di preservare la nostra identità».

Le cause e le conseguenze di questa nuova percezione – quella di un eterno presente, circolare, «frantumato in un’incessante sequenza di attimi» – sono molteplici e i due autori le affrontano con estremo ordine. Il nuovo tempo «liquido» (si guardi più a Eraclito che a Bauman) incastra l’uomo nell’«affanno dell’attimo breve, brevissimo» (ciò che oggi è diventato il presente), senza più relazioni di consequenzialità tra il passato – divenuto tempo senza memoria o ridotto patologicamente a oscuro «languore nostalgico» – e un futuro non più progettabile, senza più alcuno slancio perché esso venga determinato. Questa «cieca furia del fare» è come un morbo a cui i due autori danno il nome di “presentismo”. I sintomi con cui si palesa sono l’onda del nuovo analfabetismo (che include il discusso analfabetismo funzionale), il «sapere frantumato» della società digitale, «le illusioni perdute del web» (ormai soprattutto un pericolosissimo predatore di informazioni e dati privati, guidato dalle cinque più grandi società americane quotate in Borsa: Apple, Alphabet – ovvero Google –, Microsoft, Amazon e Facebook), una realtà snaturata del mondo del lavoro (economia sommersa, precarietà, piccoli lavori) sotto quella che gli autori chiamano senza indugi «la dittatura della finanza»; fino alla politica, irrimediabilmente lontanissima dalle persone, incapace ormai di svolgere qualsiasi ruolo di guida. Lo scenario descritto è apocalittico, le soluzioni non sono facilmente individuabili, De Rita e Galdo invitano all’unica possibilità praticabile e si affidano alle celebri parole di Descartes, tratte dal “Discorso sul metodo”: «Quando si vede che le cose non vanno come uno desidera che vadano, allora, piuttosto che cambiare il mondo, conviene cambiare se stessi».

Gli autori insistono sul valore delle azioni individuali per resistere alla condizione dell’“Io-utente”, al suo narcisismo, e recuperare il nostro umanesimo, insieme a «il nostro primato rispetto alla macchina, qualsiasi macchina».

Questa rivoluzione tecnologica in esponenziale accelerazione va combattuta, e la controffensiva dev’essere portata sul piano della responsabilità individuale: – kantianamente – lottare senza mai rinunciare al proprio senso critico.

Il libro di De Rita e Galdo è un utile vademecum a cui ricorrere (con il vantaggio di numerosi dati aggiornati) per sondare i pericoli della nostra
società contemporanea, ma non solo. È anche uno strumento valido per riflettere sul nostro modo di vivere il tempo e sarebbe auspicabile che lo leggessero genitori ed educatori, a tutti i livelli; coloro che oggi affrontano la delicatissima sfida dell’educazione dei nativi digitali.

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