Grandes: «La mia Spagna adesso è libera di sognare»

La scrittrice ospite del festival parla del suo Paese dopo le dimissioni di Rajoy «E’ venuto il momento di superare davvero il trauma seguito alla guerra civile» 

CAGLIARI. Il passo della grande narratrice non lo perde, Almudena Grandes, neppure quando decide di rispondere nel suo italiano incerto. Protagonista della prima giornata di Leggendo metropolitano, l’autrice delle “Età di Lulù” e di “Malena” avvolge chi l’ascolta in un vortice di passioni, immagini nitide che muovono dai suoi libri più recenti storie dolorose di sopravvissuti alla dittatura. La voce roca, una risata contagiosa e quella disinvoltura che nasce dalla consapevolezza di sé, fanno di lei un’icona della letteratura mondiale, raccontata con sguardo di donna.

Rajoy, travolto dagli scandali, si dimette e l’incarico passa a Sanchez, un socialista. Che cosa succede?

«La Spagna sorprende. Questa volta felicemente. La Spagna è un paese dove non accade mai nulla. Politici corrotti, funzionari pubblici indagati, giustizia lenta: tutto passa tranquillamente. Ma in questo caso la sentenza è stata così clamorosa che la Spagna è diventata un paese normale. Dicevamo: “In qualsiasi altro paese quando le indagini portano i politici a deporre davanti ai giudici e si scopre una rete di corruzione a livello nazionale, beh, il presidente deve andare via”. E’ successo. L’unico politico che ha avuto “la cintura” – noi diciamo così per dire che negozia bene, è flessibile – è stato Sanchez. Così abbiamo un governo meraviglioso, con tante donne, e io sono piena di speranza. Anche se Sanchez potrà fare poche cose, perché al Senato il Ppe ha la maggioranza assoluta. Vedremo cosa succederà, per adesso possiamo dire di essere felici».

Il tema di Leggendo metropolitano, “Tengo famiglia”, in che modo si lega ai “Pazienti del dottor Garcìa”, quarto romanzo della serie da lei dedicata alla guerra civile? Come la grande Storia diventa storia familiare?

«Il tema centrale della mia letteratura è la memoria, l’ossessione degli spagnoli per ristabilire i vincoli tagliati dopo la guerra e quarant’anni di dittatura. La memoria comporta sempre una doppia indagine, individuale e collettiva. Il cammino attraverso il quale la narrazione individuale si trasforma in movimento collettivo è la famiglia. Io voglio raccontare i primi venticinque anni del franchismo dal punto di vista di chi ha resistito. E mi piace raccontare la Storia dal basso. I personaggi storici reali sono sempre secondari, non hanno il peso dell’intreccio. I miei protagonisti sono spinti a lottare e a impegnarsi per amicizia, per amore. Tutti facciamo il sacrificio di uscire dalla nostra vita comoda per amore, fraternità, lealtà, gratitudine: valori della famiglia».

La guerra civile spagnola occupa un posto importante ma limitato nei nostri libri scolastici, una prova generale della seconda guerra mondiale. Il discorso sulla Spagna s’interrompe, come un buio, sulla dittatura di Franco. Lei la racconta come “guerra infinita”. Cosa intende?

«In Spagna i romanzi storici colmano un vuoto di riflessione collettiva sul passato. La serie dei miei ultimi sei romanzi si intitola “Episodi di una guerra interminabile” perché racconto l’esperienza di molti spagnoli per cui la pace non arriva nel 1939. Per tanti la guerra finisce soltanto quando in Spagna torna la democrazia».

Una resistenza interminabile quindi…

«In Spagna ci sono stati quarant’anni di resistenza in condizioni molto dure, pericolose. Non c’è stato alcun paese, nell’Europa occidentale del XX secolo, in cui la sola forza della gente abbia cacciato un dittatore senza interventi esterni. In Spagna non c’è stato alcun intervento straniero per ripristinare la democrazia. Nel 1945 gli Alleati hanno deciso che Franco era meglio dei democratici spagnoli, che sono stati abbandonati una volta di più. In Italia nella seconda metà degli anni Quaranta c’erano democrazia, diritti, elezioni. Da noi una dittatura come quella di Franco aveva tutti gli strumenti per esercitare il terrore sistematico contro la popolazione civile. E la gente voleva vivere, voleva che i propri figli crescessero. In Spagna abbiamo dovuto aspettare che il dittatore morisse nel suo letto perché la dittatura finisse. La democrazia spagnola non ha rivendicato la resistenza al fascismo come tradizione propria. Si è optato per una via diversa, con lo slogan “Per andare avanti bisogna dimenticare”. In Spagna le vicende che racconto nella “Storia dei pazienti del dottor Garcìa” erano sconosciute».

“Le età di Lulù”, romanzo di formazione erotico, suscita ancora l’interesse dei lettori. Perché?

«Un romanzo che avrà trent’anni l’anno prossimo vende ancora molto. In un momento in cui i movimenti femministi in Spagna sono all’avanguardia, al punto che Sanchez ha più donne che uomini nel governo e “El Paìs” ha per la prima volta una donna come direttore, Lulù è nuovamente al centro dell’attenzione. Negli anni Ottanta il libro raccontava un percorso di educazione sentimentale di cui una generazione intera si è appropriata. Ora c’è una visione diversa del romanzo: Lulù rivendica alle donne il potere di praticare le proprie perversioni quando la perversione sessuale è
sempre stata un appannaggio maschile. Negli anni Ottanta la letteratura erotica era politicamente impegnata, il sesso era anche una riflessione sul corpo e sul desiderio. Oggi “Cinquanta sfumature di grigio” è soltanto marketing, un romanzo reazionario».

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