“Disarmante”, l’arte antimilitarista entra a scuola

Sino a martedì il liceo artistico di Sassari ospiterà una mostra che riflette sul business della guerra

SASSARI. Una mostra concepita come una manifestazione. Perché l’esigenza di alleggerire la Sardegna dal peso delle servitù militari – più della metà del totale presente sul territorio nazionale – si esprime, certo, con sit-in e cortei davanti a poligoni e basi. Ma anche immaginando e raccontando, con il linguaggio dell’arte, una possibilità di scelta a chi magari a Teulada e Capo Frasca o da altre parti non ha mai manifestato. Nasce così la collettiva d’arte contemporanea “Disarmante”, fino martedì prossimo nello spazio espositivo del Liceo artistico di Sassari. Ad organizzarla, come gli anni scorsi (questo è il terzo), è l’associazione “4Caniperstrada”, che dal 2007 riflette con documentari e fotoreportage sui cambiamenti sociali ed economici in atto nell’isola. Quest’anno per la prima volta “Disarmante” entra in una scuola e coinvolge parte degli studenti, insieme ad artisti già affermati e a collettivi come S’idea libera e A Foras – Contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna. «Un passo importante – dice Fabian Volti di 4Caniperstrada – perché “Disarmante” è un progetto creativo ed educativo, che invita i giovani a riflettere su un mondo in continuo mutamento per quanto riguarda i concetti di confine, povertà, migrazioni dai paesi in guerra, mancanza di lavoro».

Tutti aspetti connessi con il «business degli armamenti», spacciato come moltiplicatore di posti di lavoro in territori depressi e strategici. Come la Sardegna che, al centro del Mediterraneo, è di particolare «interesse per le politiche imperialiste di carattere militare italiane e internazionali», sottolinea il Manifesto d’arte antimilitarista che accompagna la mostra curata da Giovanni Manunta “Pastorello”.

Tra i lavori esposti, particolarmente efficaci sono le cartoline del collettivo Nu.Da: dietro la scritta “Baci da un’isola meravigliosa” stampano, al posto di panorami mozzafiato, i nomi di basi e poligoni. E poi le magliette di Chiara Curreli “It’s not a game” (Non è un gioco), con le griglie della battaglia navale. E ancora il barattolo di vetro di Edoardo Tedde, pieno di terra sarda e pronto per essere recapitato a Düsseldorf.

All’indirizzo della Rheinmetall Defence, proprietaria della italiana Rwm, che sulla terra di Domusnovas ha aperto una fabbrica di bombe. Il “Glossario” di Erik Chevalier fa scorrere su un monitor definizioni di gradi, termini e tecniche militari. Come dire: siamo costretti a conviverci; almeno cerchiamo di capire con chi abbiamo a che fare. “S’isprigu” di Fabian Volti è l’anteprima, di grande forza visiva, di un documentario che riflette sull’impatto dell’esercito sul territorio, montando insieme filmati in super 8 di operazioni militari e immagini di un pescatore che, vicino al Poligono di Capo Frasca, pratica la tecnica quasi estinta di pesca con lo specchio. Non tutti i lavori, spiega Pastorello, «si riferiscono in maniera specifica alla militarizzazione, ma stimolano la riflessione sul tema. Per esempio il cane alla catena di Max Mazzoli, ringhioso perché privato della libertà, o le figure di Tonino Mattu, che
fanno pensare a reduci deformi e a uno sviluppo negativo della tecnologia. Tra i lavori degli studenti, ci sono la scultura di una mano che ne accoglie un’altra e un disegno di Hulk: dagli anni ‘60 un simbolo pacifista, perché rifiuta di farsi usare come arma dai militari». (grab)

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