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Un caffè ad Armungia per scoprire la bellezza di vivere in un villaggio

Il dibattito sullo spopolamento nel paese di Emilio Lussu Le testimonianze della carovana intellettuale-artigianale

ARMUNGIA. Sofia, sedici anni, è arrivata ad Armungia da Lugano. Nella città svizzera frequenta la scuola superiore tecnica di tessitura, è al terzo anno. Qui ha scelto il bed and breakfast “Sole e luna”. Di mattina trekking a Murdega dove osava Emilio Lussu “cavaliere dei rossomori”, poi la nuotata in una piscina del Flumendosa che scorre verso la sua foce nel Tirreno. «Starò qui un mese per impadronirmi della tecnica di tessitura, la mia maestra sarà Barbara Cardia. Utilizzerò gli antichi telai sardi ma anche quelli nuovi e più pratici creati in Nuova Zelanda e in Finlandia, vengono usati anche in questo atelier-Gerrei dove respiri tradizione e modernità. Insegnerò ad altre ragazze che poi verranno l'anno venturo. Così il marchio Armungia e Sardegna gireranno per il mondo e trasmetteremo Oltralpe la cultura del saper fare manuale in questo paese col nuraghe tra le case».

Elisabeth Euvrad, antropologa fra Cagliari e l'università di Aix Marsiglia, cita l'Aga di Verona, Associazione giochi antichi. In Sardegna s’interessa di giochi di puro divertimento (bocce e carte), di quelli identitari (sa murra e s'istrumpa, quest'ultima da riportare – come vogliono fare a Ollolai – dalla palestre alle piazze). E poi giochi “non ludici” e parla di quanto fanno – utilizzando i costumi locali – i musei di Allai, di Gavoi, di Villanovaforru con Sa corona arrubia. Dalla Lombarbia la testimonianza di Agostina Lavagnino che racconta di campanari e burattinai bergamaschi che si sono messi in rete e «tengono vivi i loro villaggi di residenza». Per la Sardegna Tiziana Sassu, «agronoma post agricola», cita l'esperienza di Monumenti aperti (“59 Comuni nell'isola”) diventata «una comunità di identità per valorizzare insieme opere d'arte e paesaggi». Chiude in bellezza Gerardo Piras che presenta il libro “Saludi e trigu”, si sofferma sul “pistoccu” di Armungia, sui tipi di civraxiu e moddizzosu, e poi i pani speciali dei quali l'intera isola è un laboratorio sconfinato. Il tema spopolamento (parola che è stata quasi bandita in tre giorni di dibattiti dominati soprattutto da antropologi) è stato declinato in positivo. Quasi tutti hanno parlato di «una grande rivoluzione in atto» in omaggio al terzo festival “Un caffè ad Armungia”, marchio inventato dal giornalista Gianni Perrotti scomparso un mese fa. La parola d'ordine – lo ha spiegato Pietro Clemente, sardus pater con Tommaso Lussu delle giornate di Armungia – è “Restare paesi”. Tenendo viva la dimensione del villaggio, animato dal fare artigianale, dalla valorizzazione dei beni immateriali, dalla cultura in tutte le sue declinazioni, da una dimensione produttiva di agricoltura e zootecnia. Ciò avviene in uno dei paesi dove il decoro urbano esiste nelle case e nelle strade, nelle piazze e negli orti.

Nel pomeriggio tutta la “carovana intellettuale-artigianale” si è trasferita al fiume, nella conca verde “De Grupa”. Non era Copacabana, né Rimini né Riccione, ma neanche Costa Smeralda, e «neppure il fracasso da Cortes Apertas». Più silenzio che vociare stridulo, sull'acqua composizione in canne legate fra loro da lane colorate con erbe naturali. «Perché i paesi – ha detto Clemente, che dopo Cagliari ha insegnato antropologia ai giovani di Siena e Firenze – non sono mondi isolati, sono in rete. Lo è Monticchiello che non si sente frazione di Pienza ma comunità a sé, sull'Aspromonte ci sono paesi abitati più da canadesi che da calabresi, lo sta per diventare Paraloup in provincia di Cuneo come succederà a Ollolai in Sardegna col suo esempio virtuoso. Le città hanno il loro ruolo. Ma la dimensione paese va salvaguardata come bene dell'umanità, è più legata alla natura dell'uomo, dei bambini, degli anziani. Il problema è garantire servizi essenziali legando gli stessi al problema della scuola che deve restare sotto ogni campanile e al progressivo invecchiamento della popolazione». Concetti esaltati dalla chitarra di Chiara Effe e dalle letture di Giacomo Casti con un «inno alla paesanità nella letteratura sarda».