Le scelte di Segni dalla riforma agraria al “Piano Solo”

La figura del leader Dc nel nuovo libro di Salvatore Mura: sarà presentato venerdì alla Fondazione di Sardegna

SASSARI. Salvatore Mura è dottore di ricerca in Storia delle istituzioni politiche e collabora con il dipartimento di Storia dell’Università di Sassari. È autore di diversi articoli e saggi. Di Antonio Segni ha curato e introdotto il «Diario 1956-1964» (Il Mulino) e gli «Scritti politici» (Cuec). Venerdì prossimo alle 18 nella sala conferenze della Fondazione di Sardegna a Sassari sarà presentato il suo nuovo libro: “Antonio Segni. La politica e le istituzioni” (Il Mulino). Insieme con Mura, parlerà del volume il direttore della Nuova Sardegna Antonio Di Rosa. Del saggio, che ricostruisce per la prima volta la biografia completa di Segni, dalla nascita nella Sassari di fine Ottocento alle esperienze istituzionali al vertice dello Stato, abbiamo parlato con l’autore.

Che ruolo ha giocato Segni nella “rivolta” dei Giovani Turchi, il gruppo sassarese guidato da Francesco Cossiga che nel 1956 ruppe gli equilibri interni alla Dc sarda?

«Le azioni eclatanti non facevano parte della personalità di Antonio Segni. Per capire quale ruolo ebbe rispetto alla “rivolta” dei Giovani Turchi basti considerare un dato: Cossiga divenne deputato nel 1958 perché anzitutto Segni lo appoggiò. La cosiddetta “rivoluzione bianca” del 1956 non fu osteggiata dall’allora presidente del Consiglio Segni. Né però egli – diciamo così – gradì particolarmente quella svolta. Accettò il passaggio da una generazione all’altra, perché in fondo capiva che la stagione di Nino Campus – suo cugino – era ormai arrivata al tramonto».

La Riforma agraria: Antonio Segni venne spesso accusato di essere un politico di destra, ma firmò una legge che oltre a essere una delle più importanti della storia dell’Italia di certo non è una legge di destra.

«Antonio Segni almeno sino al 1958 era un politico rivolto a sinistra. La riforma fondiaria, anzitutto, lo dimostra. Sarebbe sufficiente ricordare quanto scrisse il politico comunista Gerardo Chiaromonte, il quale riconosceva che la riforma fondiaria aveva dato un colpo mortale al vecchio latifondo assenteista. Nel 1955 Pietro Nenni, che pure si era battuto energicamente contro il progetto di riforma fondiaria, ricordò alla Camera dei deputati che nelle campagne il nome di Segni ministro dell’Agricoltura era un nome di “battaglia”, e di “battaglia progressista”. Attraverso la sua opera Segni diede un contributo fondamentale alla chiusura di un’epoca che riconosceva l’intoccabilità del potere del latifondista, la naturale subalternità dei contadini e dei braccianti».

Il suo libro si chiude con la drammatica estate del 1964, quella del Piano Solo...

«La questione è molto delicata e complessa. Smettiamola di semplificare. Mi rendo conto che questo non è il periodo migliore per schierarsi contro le semplificazioni, però, davvero, sforziamoci di essere quantomeno più seri. Dopo più di cinquant’anni guardiamo ai fatti del 1964 con distacco e onestà intellettuale. Molti sanno che sono di sinistra, ma bisogna riconoscere che la sinistra italiana ha spesso strumentalizzato per fini politici contingenti i fatti del 1964. Dobbiamo emanciparci dalle polemiche, contestualizzare, provare a capire prima di giudicare con sentenze lapidarie ai limiti della diffamazione. Allo stato attuale si può escludere completamente l’interpretazione secondo la quale Segni avrebbe predisposto o avallato un tentativo di colpo di Stato con l’intento di sovvertire l’ordine costituzionale e instaurare un regime autoritario».

Su quali basi?

« Negli ultimi anni la storiografia ha compiuto un salto di qualità. Mimmo Franzinelli ha dato alle stampe un libro sul Piano Solo frutto di una ricerca di notevole profondità. L’autore afferma – e ciò è assolutamente condivisibile – che il Piano Solo è stato, troppo a lungo, decontestualizzato dal quadro politico che lo ha generato, sopravvalutato nella sua dimensione militare, oggetto di valutazioni esagerate o erronee. Secondo Franzinelli Segni guidò un’operazione politica complessa e rischiosa che aveva, fra i suoi attori, anche il generale De Lorenzo cui fu affidato il compito di garantire l’ordine pubblico attraverso il piano Solo. L’operazione di Segni, però, non ebbe successo e se alla fine raggiunse qualche risultato si deve alla minaccia rappresentata dal piano Solo, che spinse Moro e Nenni a siglare la svolta moderata. Dunque – ritiene Franzinelli – il Piano è servito a sbloccare una crisi dinanzi alla quale i consueti canali apparivano inadeguati. Ma accanto all’interpretazione di Franzinelli, che pure appare per alcuni aspetti persuasiva, sarebbe opportuno considerare anche l’ipotesi, più semplice e più diretta, di un piano di emergenza, che oggi appare assai inquietante, certo, ma va inserito nel clima della
guerra fredda. Un piano di emergenza quindi che avrebbe dovuto essere impiegato per mantenere l’ordine pubblico, qualora fossero scoppiate violenti manifestazioni di piazza, come era già avvenuto dopo l’attentato di Togliatti (1948) e il congresso missino di Genova (1960)».



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