Le mille vite di Brokken narratore del mondo

Parla lo scrittore e reporter olandese ospite della rassegna

CAGLIARI. Solo un uomo che ha vissuto molte vite può raccontare Dostoevskij, Achmatova o Shostakovich scegliendo una prospettiva precisa; solo un uomo che ha vissuto molte vite capisce la bellezza dell’arte e l’oppressione del potere solo attraversando le vie di San Pietroburgo. Ospite di Marina Café Noir che apre oggi, Jan Brokken ha un passato da reporter e una lunga carriera di viaggi e narrazioni in Africa, Sud America, Europa. Questa sera MCN gli dedica un incontro alle 19 e un reading alle 20,30 intitolato “Anime baltiche”. Ad Agosto uscirà in italiano “Jungle Rudy”, la storia di un giovane olandese che negli anni Cinquanta si è perso in Venezuela. Una storia da Nord a Sud, perché, come dice l’agente di Iperborea che accompagna Brokken, «è lui che ci porta in giro».

Il suo primo successo arriva con “I clandestini”, che non c’è in italiano ma forse vale la pena di parlarne, data la temperie politica.

«Fu un viaggio su un cargo da 30.000 tonnellate, un tempo viaggiavo spesso così. Dopo quindici giorni di navigazione abbiamo scoperto un gruppo di clandestini polacchi. Erano nascosti nella stiva, tra i container: quaranta centimetri di spazio a quaranta gradi, impossibile muoversi. Sono usciti per cercare acqua. Il diritto internazionale dice che devi denunciarli nel primo porto d’attracco. Per noi era l’Havana, ma visto che fuggivano da un paese comunista, il capitano ha deciso di sbarcarli a Curaçao, nelle Antille olandesi. Si sono dileguati prima che arrivasse la polizia, ma poi erano talmente felici che si sono ubbriacati nel primo bar e li hanno arrestati. Sono andato a trovarli in carcere e quando ho chiesto loro come avessero potuto cacciarsi in quel guaio mi hanno risposto: “Pensavamo che la libertà fosse libertà”. Il titolo del libro è “I passeggeri ciechi”, il nome che nei Paesi Bassi diamo ai clandestini. Ho sempre grande rispetto di chi mette la propria vita nelle mani del destino».

A MCN ci sarà un reading dedicato al suo “Anime baltiche”, un viaggio tra gli artisti di Estonia, Lettonia e Lituania. Quale rapporto ha con le arti sceniche?

«Mia madre era un’ottima pianista e miei fratelli pure. I miei nel 1942 vivevano in Indonesia, Indie Olandesi allora. Durante l’invasione del Giappone vennero portati in un campo di concentramento, mio fratello più grande aveva quattro anni, l’altro un anno e mezzo; ci rimasero quattro anni. Dopo la Guerra scoppiò la guerra anticoloniale. La mia famiglia rientrò in Olanda che mio fratello aveva 9 anni, l’altro 7 e mezzo. Nel paese vicino a Rotterdam, dove sono nato, i miei fratelli chiesero a mia madre un pianoforte che per loro significava stabilità, famiglia. Per anni abbiamo suonato, tutti i giorni a turno, Chopin, Beethoven, e mi sono addormentato sulle note di Schubert che mia madre adorava. I miei reading sono iniziati presentando “Nella casa del pianista” con un allievo di Egorov, poi sono proseguiti con piano, violino e violoncello per i Bagliori di San Pietroburgo e ora leggo con quattro sassofonisti di nazionalità diversa. Lì c’è l’Europa unita».

“Jungle Rudy” è dedicato a Rudy Truffino, un olandese che si stabilisce sulla foce dell’Orinoco. Il Nord cerca il Sud, con che intenzioni?

«Ho vissuto molte vite. La prima in Africa, le altre nei Caraibi, in America Latina e ora nell’Europa del Nord. Tornavo dal Venezuela quando ho scoperto Rudy Truffino. Viveva in un posto sperduto dove si arriva solo con aerei leggeri, tra Selva e altipiani di 2000 metri. Rudy era figlio di un banchiere. Da ragazzo assiste al bombardamento della sua città, salva la madre e la sorella ma si chiede: “E’ questa la nostra civiltà?” Così va in America Latina, lavora e poi decide di vedere la foce dell’Orinoco. Si fa accompagnare da un pilota che sarebbe dovuto tornare a prenderlo dopo una settimana. L’aereo non tornerà. Lui sopravvive mangiando insetti e radici finché viene salvato dagli indiani, di cui imparerà la lingua. Quando dopo anni torna a Caracas, capisce che può vivere solo nella selva, dove ogni mattina, con un impianto di fortuna suona il “Don Giovanni” di Mozart. Questo per me è un personaggio».

“Bagliori a San Pietroburgo” un itinerario
nella bellezza col contrappunto nella repressione, una presenza ossessiva come un’ombra…


«San Pietroburgo è bellissima per il posto che l’arte ha nella città. In Russia c’è molto autoritarismo. Forse l’arte lì è così viva e profonda proprio per difendere la libertà».

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