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«Scolpisco il volto dei mamuthones»

Il suo stesso viso ricorda per alcune spigolature e per il naso pronunciato, quasi aquilineo, la maschera dei mamuthones. Ruggero Mameli, 64 anni, il primo artigiano e il più longevo di Mamoiada a...

Il suo stesso viso ricorda per alcune spigolature e per il naso pronunciato, quasi aquilineo, la maschera dei mamuthones. Ruggero Mameli, 64 anni, il primo artigiano e il più longevo di Mamoiada a dedicarsi a tempo pieno alle maschere più note del carnevale barbaricino lo sa bene e ci scherza anche su.

«È vero, questa con il nasone e la bocca importante è quella che pensandoci mi assomiglia di più. Che sento più vicina alla mia figura. Voglio pensare che non tutto sia casuale ma che le cose in qualche modo tornino a un significato», racconta l’artigiano nel suo laboratorio di via Crisponi prendendo in mano una sua creatura. Tratti marcati, bocca sproporzionata e sopracciglia sporgenti e ingobbite, quasi un piccolo promontorio da scalare. «Queste maschere nascono tutte da una vecchia “visera” che fu trovata nella casa di un mio parente oltre 35 anni fa. Un esemplare unico e raro di almeno due secoli – ricorda Mameli – era in una vecchia scatola di scarpe, me la diedero perché sapevano della mia passione. Io la restaurai per bene, perché nel frattempo si era usurata e in parte corrosa e la riportai agli antichi fasti. Poi su quel modello originario realizzai un talco. Da allora non ho mai smesso di seguire quella linea. Un omaggio doveroso alla tradizione e all’originalità che mi ha sempre accompagnato in questi anni».

La bottega nell’ultimo giorno di Mamumask, il primo festival delle maschere, è aperta, come nel resto dell’anno. E i visitatori non si fanno pregare a varcare la soglia, a fotografare ogni dettaglio e a sottoporre il mascheraio per antonomasia di Mamoiada a una sfilza di domande. Lui è disponibile con tutti e non si sottrae al rito. D’altronde sa bene che disponibilità e ospitalità fanno parte del dna e dell’educazione con cui è cresciuto. Fa sgorgare dalla damigiana il cannonau di sua produzione («uno, due o tre bicchieri di vino non li neghiamo a nessuno», dice sorridendo) e lo porge agli avventori prima di raccontarsi. Dalle sue parole, si capisce il segreto del successo del suo particolare percorso iniziato da giovanissimo («mi piaghiat su fiagu de sa burumballa», mi piaceva l’odore del trucciolato, gli scarti di lavorazione del legno), emerge nitida l’etica del lavoro, l’amore e il sacrificio per la famiglia e per la sua comunità.

Nell’uomo dai saldi principi e nessun fronzolo emerge una passione smisurata per il legno. Dopo aver scelto il tronco della pianta da lavorare, lo incide e lo scolpisce picchiando il martello sullo scalpello. Dai primi colpi più decisi ed energici al lavoro di fino per curare anche i piccoli particolari. Così dopo alcuni giorni di lavorazione nascono sas viseras per mamuthones e ishoaddores. C’è chi li indossa e chi invece li appenderà a una parete per aver un ricordo di quel carnevale ancestrale che si celebra in Barbagia, ormai non più in maniera intima ma sotto i riflettori di un numero crescente di appassionati. «Sono entrato in bottega al seguito di alcuni artigiani del paese ad appena dieci anni. Allora non realizzavano maschere ma porte e finestre. Io già allora mi dilettavo a realizzare delle piccole maschere di mamuthone con il coltello, un fatto che ancora oggi vedo come un segno del destino per quella che è poi stata l’attività di una vita – racconta con orgoglio –, quella che mi ha consentito di realizzarmi, di mettere su famiglia (tre figli, due donne e un maschio Daniele, che ne ha ereditato l’estro, e sei nipoti) e di dedicarmi senza risparmio a un lavoro che mi gratifica. In bottega sto bene, qui ho la mia dimensione, quasi in uno spazio senza tempo».

L’arte e la professionalità non si improvvisa e il suo lavoro con i conseguenti risultati che dura da lustri lo dimostra abbondantemente. Innanzitutto bisogna conoscere molto bene la materia prima, capirne l’anima del legno e le eventuali imperfezioni e poi procedere colpo su colpo. «Devo dire che ho utilizzato in questi anni tantissime tipologie di legno e mi sono divertito a lavorarli tutti. Ovviamente ci sono in alcuni casi anche grandi differenze dovute in particolare alla loro durezza e all’impegno e all’attenzione che occorre per modellarlo. Ci sono quelli leggerissimi come l’ontano, l’ideale per realizzare la maschera che i mamuthones andranno poi ad indossare. Ma ho fatto e faccio maschere anche di pero selvatico, fico, leccio, castagno, ciliegio e vari altri materiali pregiati. Addirittura di ebano, il legno nero africano di cui ho realizzato due esemplari entrati nella mia collezione non in vendita».

Si, per Ruggero Mameli non tutto si vende e non tutto ha un prezzo. L’artigiano ha una collezione di circa 200 maschere (altrettante forse si possono acquistare spendendo dai 100 fino ai 400 euro a copia) realizzate in mezzo secolo di attività. Un patrimonio composito che i clienti possono ammirare nell’esposizione – museo di Corso Vittorio Emanuele. «Mio figlio ha realizzato tempo fa anche un sito internet, ma io credo di più nel passaparola, la gente sa dove trovarmi e viene in bottega se ha delle esigenze particolari e io mi metto a disposizione per accontentare i clienti. Il lavoro per me rappresenta molto e sono felice di aver rinunciato a gite, viaggi e altre cose», rendendo ancora una volta evidente il suo credo, «poi mi sono sempre impegnato a trattare bene tutti. La serietà paga sempre e molti sono anche ritornati con mia grande soddisfazione. Come quella di sapere che le mie maschere sono andate in tutto il mondo. Qui ho conosciuto gente di tutte le latitudini: Stati Uniti, Australia, dall’Asia e da tutta l’Europa».