La potenza della parola e l’idea della bellezza

Gli incontri con Frank Westerman e Megan Mayhew Bergman: dal caso Moro all’America puritana

CAGLIARI. Lo spettro di Aldo Moro si presenta ogni volta che si discute di come lo Stato debba rispondere al terrorismo. Così è stato a Marina Café Noir, nell'incontro dedicato a Frank Westerman, uno dei Boreali Off. Antropologo, scrittore e reporter olandese, Westerman ha raccontato i conflitti, il terrore, il colonialismo dalle Ande agli Urali, passando per i Balcani.

Del suo libro “I soldati delle parole” ha discusso con Andrea Staid, cercando risposte dalla domanda “Come si può trattare con chi ti punta una pistola alla testa?”. L’autore infatti indaga l’asimmetria dello scontro tra una bomba e una penna, a partire dall’attentato al settimanale “Charlie Hebdo”: «Nel 2015 mia figlia aveva dodici anni e con lei siamo andati nella piazza principale di Amsterdam. Avevo una penna in mano e in testa l’immagine delle pistole fumanti degli attentatori. Tutti erano sotto shock. Il messaggio che volevo trasmetterle è che la penna può essere più forte della spada, anche se io stesso non ero affatto convinto». Il giorno dopo la sua insegnante ha chiesto di disegnare l’accaduto. Nel disegno che Westerman mostra c’è il terrorista armato, pronto ad uccidere l’ultimo redattore che gli chiede “Lasciami due minuti per finire la vignetta”, e l’altro “Sì ma sbrigati, prima che arrivi la polizia”. L’idea che la parola possa rappresentare un medium è, nell’esperienza dello scrittore olandese, legata al “Dutch Approach”, l’approccio olandese agli attentati dei Molucchesi: «Nel 1978, quando in Italia è stato rapito Aldo Moro, avevo 12 anni. A scuola ci avvisarono che il nostro professore di tecnica non sarebbe venuto a lezione. Era su un treno dirottato, ma non come ostaggio; era uno dei terroristi che simultaneamente dirottarono cinque treni. Allora il nostro primo ministro chiamò a trattare coi terroristi gli psichiatri, tutti gli ostaggi furono salvati e io sono tornato a intervistare uno di loro. Ho intervistato anche un ex terrorista che ha scontato la pena e scritto libri di poesie. Volevo dare loro voce, capire come si passa dalla violenza alla penna, chi fosse più potente, la violenza o la parola».

“Paradisi minori”, antologia di racconti che segna l’esordio di Megan Mayhew Bergman, è una delle scoperte di Marina Café Noir 2018. «Tentate di diventare una cosa sola con la foresta – cita dai suoi racconti Enrico Pau per presentarla – siate pazienti, umili, cercate alberi morti». «Se l’uomo capisse questa frase non avremmo i problemi che abbiamo nel nostro pianeta» esordisce il regista. Il tema di quale domani attende l’unica specie capace di danneggiare l’ambiente che la circonda diventa un filo rosso che mescola l’arte, la vita pulsante e la sua negazione. «Credo che la narrativa sia un modo per anticipare la realtà e noi stiamo attraversando un periodo di grande ansia ambientalista di cui siamo complici» spiega Megan Bergman. A proposito delle sue storie senza una vera fine: «Mia madre odia le mie storie perché rimangono sospese ma credo che la vita sia così: la vita non è ordinata. Voglio che i lettori ricevano un pugno nello stomaco, che nel finale gli si spezzi il respiro». La voce narrante dei suoi racconti parla al femminile perché «Mi hanno insegnato a scrivere i libri che vorrei leggere. Ma i personaggi femminili che avrei voluto trovare nei romanzi non ci sono. Cercavo donne complicate che concedono a sé stesse di essere così, danneggiate, arrabbiate come sono io, come sono le mie amiche e come voglio siano le mie figlie». Megan Bergman incarna una giovinezza bionda e minuta, che s’illumina quando ride, rispondendo a Pau su bellezza e decadenza dei corpi: «Gli americani sono puritani. Adesso che sto diventando più vecchia e più brutta – scherza – sono più interessata ai fallimenti, agli errori, alle imperfezioni, perché lì si trova l’onestà che mi interessa. Mi interessa anche il mio desiderio di nascondere le imperfezioni e quindi la vanità. Credo però che la
bellezza sia più vasta della visione limitata che ne abbiamo e rompere quest’idea della bellezza è essenziale. Come artista credo sia interessante la differenza tra come vorremmo essere e come effettivamente siamo; la distanza tra questi estremi è umana e dice tanto di noi».(d.p.)

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