Pampa, tango e jazz José Muñoz incanta con i suoi racconti

Intensa serata col disegnatore argentino che vive a Milano «Nel mio mestiere la differenza tra sogno e realtà è sottile»

CAGLIARI. A Buenos Aires i nonni di José Muñoz gestivano due bar, dove lui è cresciuto, immerso nelle atmosfere fumose di tanghi e milonghe. Il disegnatore argentino lo ha raccontato a Marina Café Noir in uno degli incontri più intensi, tra il reading dedicato al romanzo di Cortázar “L’Inseguitore”, e la mostra “Pampa, tango y Jazz”, trenta tavole di un bianco e nero espressionista che, come coda preziosa del festival, resteranno esposte fino al 30 giugno al Bar Savoia e al Bar Florio.

José Muñoz si rivela un vero affabulatore: nel suo italiano venato di inflessioni sudamericane c’è il suo segno grafico, preciso e poetico insieme. Coglie l’input di Marco Cassini e prosegue con naturalezza, come fiume sconfinato: «L’estasi che continua a sorprendermi è elaborare la frontiera tra luce e ombra – ha detto del suo stile –. Quando la luce corteggia l’ombra e l’ombra la luce, lì c’è una specie di tremore. La mia linea ispirata a Hugo Pratt, Alberto Breccia, Vincent Van Gogh, è l’emozione che percorre la forma e la omaggia, non la descrive soltanto». Le pitture rupestri di Lascaux come i quadri di Van Gogh: «Nel mistero del miracolo manuale che è il disegno l’emozione, il sentimento, il talento restano intatti sotto il vostro sguardo. Una cerimonia intima per noi iniziati della cultura visuale». Nei quadri di Van Gogh spiega: «Il paesaggio che scende verso il mare nero, nella distesa di erbe che si alzano e si piegano ho sentito la brezza. Lì ho avvertito la presenza di Van Gogh: quando le linee catturano il movimento, l’anima, la presenza di un tremore, lì c’è un’estasi particolare. I maestri sono quelli che fanno passare la brezza».

Muñoz artista dalla vita esemplare procede zigzagando, gli esordi a bottega da Solano Lopez, i libri dedicati a Billy Holiday e Carlos Gardel “Il primo super eroe argentino, l’unico del tango”, sullo sfondo delle due Americhe: «Negli Usa ha vinto il Nord industrializzato, in Argentina l’opposto, il Sud dello sfruttamento agrario con le sue colture estensive. E buona parte delle difficoltà presenti sono conseguenza di questo».

In Spagna i latinoamericani sono chiamati Sudaka, come i ‘Tano’ italiani: «Un nomignolo sprezzante, segno di un dialogo complicato tra due mondi – spiega – ma noi lo abbiamo recuperato in senso affettuoso». La nascita di Alack Sinner e il sodalizio con Carlos Sampayo, esule come lui: «Il Noir indaga le derive sociali, la corruzione e l’ambizione sfrenata come nei romanzi di Chandler. Non vedevamo l’ora di entrare nella grande città in bianco e nero che è New York con Alack Sinner, investigatore privato ma non privato di umanità». Il talento musicale delle popolazioni africane, i bolero, il tango e una sensibilità dove la gioia sconfina nel dolore, Alack Sinner ha queste influenze: «Eravamo dei veri clandestini, fuggiti in mezzo a sofferenze inaudite da un’Argentina che si chiudeva in se stessa per ammazzare i propri figli. Allora l’Europa ha saputo trovare per noi uno spazio di grande dignità».

Muñoz vive a Milano da tanto tempo «Passeggiando per Milano ho sentito il desiderio di cercare la luce dei quartieri dove ero cresciuto, a Buenos Aires l’ultima grande immigrazione italiana è degli anni '40 e '50. Scappando mi sono sentito capace di affrontare il mio crogiuolo cosmopolita». Nasce così “Faubourg sentimental”: «Ultimo anello di questo sudakismo di
cui mi sento parte». “Questo pezzo l’ho suonato domani” diceva Charlie Parker, segno che «la differenza tra realtà e sogno nel nostro mestiere si fa sottile, il tempo non è un criterio di analisi». Disegnare la brezza con segni animati” è l’augurio finale «La brezza che ci accompagna».

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