Il racconto di Lussu contro l’orrore e la follia della guerra

A ottant’anni da “Un anno sull’Altipiano” un volume curato da Jacopo Onnis. Tra i contributi quelli di Fofi, Asor Rosa, la Capria e Guglielmi

Ho letto “Un anno sull’Altipiano” in Sicilia quando poco più che diciottenne avevo raggiunto Danilo Dolci per seguirlo nella sua attività e nelle sue lotte. Mio padre era socialista, non leggeva molto, aveva frequentato sino alla terza elementare, parlava però spesso di figure per lui leggendarie come Lelio Basso, Sandro Pertini e appunto Emilio Lussu. Molti anni dopo ho anche conosciuto Lussu personalmente, così come la moglie Joyce. Mi colpì il suo portamento austero, asciutto, aristocratico, tipico di molti sardi, aristocratico ma da uomo del popolo, non da nobile blasonato. Era cortese, attento, affabile.

Trovai il libro di Lussu in casa di qualcuno che ora non ricordo con esattezza, a Palermo, certamente uno del Partito socialista, forse Michele Pantaleone, profondo conoscitore e oppositore della mafia. (…) Quelle pagine mi mi impressionarono moltissimo perché smontavano radicalmente la retorica allora dominante. Non c’era la tv ma la radio e una serie infinita di cerimonie ufficiali: inauguravano giganteschi monumenti al fante, raffigurato sempre con dimensioni enormi. Di una persona che aveva dei piedi grandi si diceva: «Ha i piedi del fante».

“Un anno sull’Altipiano”mi ha portato dentro le trincee. Mi ha costretto a capire i meccanismi infernali della guerra e a capirli da socialista: ero un ragazzo ma a casa mia si leggeva l’ “Avanti!” su cui scriveva spesso anche Lussu. Fu per me una scoperta, una verifica e un ampliamento dei miei orizzonti, della mia comprensione della storia italiana.

Frequentavo Romano Bilenchi che era stato un fascista di sinistra ma si era progressivamente distaccato dal regime per poi aderire al Partito comunista italiano subito dopo la guerra di Spagna. Il suo primo libro “Vita di Pisto” era la storia di un vecchio garibaldino di paese costruita però sul mito della continuità tra Risorgimento e prima guerra mondiale. Bilenchi mi aiutò a capire l’operazione retorica del Fascismo diretta a presentare il conflitto del ’15-’18 come la prosecuzione delle lotte risorgimentali, una quarta guerra d’indipendenza, e a costruirvi attorno un mito su cui apporre il marchio del regime. Forse per questo Togliatti e Nenni, quando nel secondo dopoguerra strinsero l’alleanza elettorale, utilizzarono Garibaldi come emblema della lista comune, proprio per sottrarre quell’immagine alla retorica e alle falsificazioni operate dal Fascismo.

Un altro grande racconto sulla Grande Guerra, che ho scoperto più tardi, è “La paura” di Federico De Roberto. Ha ispirato l’ultimo, bellissimo film di Ermanno Olmi, “Torneranno i prati”, in cui si sente anche l’influenza di Lussu. Nel racconto di De Roberto (che feci ripubblicare da e/o negli anni Ottanta in una collanina da me diretta, che ebbe breve vita), e che è un potente atto d’accusa contro l’assurdità e l’inutilità della guerra, dei soldati italiani sono costretti a raggiungere una postazione di vedetta ma vengono uno dopo l’altro uccisi da un cecchino austriaco. L’ultimo dei prescelti preferisce il suicidio piuttosto che piegarsi alla logica di quel massacro, piuttosto che farsi ammazzare.

Lussu scrive nel ’36-’37, molto dopo Barbusse, Hemingway, Remarque. Ha una visione politica molto più ampia che però non fa pesare sul libro. In quelle pagine senti la cronaca. Sono ricordi talmente forti, talmente veri che avverti la realtà, non l’ideologia, non la costruzione a posteriori. In questo è aiutato dalla distanza temporale, sa collocare le cose con una chiarezza che gli altri non hanno. Quelle di Hemingway o Remarque sono grida contro la guerra, comprensibilissime, straordinarie, ma manca loro la lucidità politica che è di Lussu. Da vero socialista, egli sapeva che la prima guerra mondiale era stato un regolamento di conti tra orrende borghesie, tra stati classisti, sapeva di chi erano le colpe, non credeva ai nazionalismi e alle retoriche patriottarde, credeva all’economia, alla politica. Nel bellissimo film di Kubrick sulla prima guerra mondiale, “Orizzonti di gloria”, Kirk Douglas cita Boswell: il patriottismo è l’ultimo rifugio degli imbecilli, dei falliti.

Se avesse scritto a ridosso della guerra, Lussu avrebbe avuto un altro fiato, un’altra misura. Con le sue pagine sembra quasi un cronista medioevale o uno storico greco. Il libro ha un taglio da grande letteratura pur non cercandola, e diventa grande letteratura proprio perché ha questa misura dell’epica, che è però legata a una comune umanità, che non esalta gli eroi ma racconta i fantaccini, i soldati, i contadini chiamati sulle Alpi da un’Italia divisa dai dialetti e dal clima ma unita dalle condizioni economiche del proletariato, i proletari in divisa.

Gaetano Salvemini (cui Lussu ha dedicato l’edizione del 1960) certamente aveva letto Hemingway o Remarque ma voleva a tutti i costi il libro perché già aveva ascoltato i racconti di Lussu e sapeva, ne era profondamente convinto, che solo Lussu avrebbe potuto scrivere una cronaca attendibile, vera, della guerra, al contrario dei molti retori che l’avevano raccontata.

“Un anno sull’Altipiano” è un libro straordinariamente attuale. Ci ricorda che a scatenare le guerre sono le borghesie, sono i ricchi, e che quelli mandati a morire sono sempre i poveri. È ciò che succede ancora, dappertutto, anche se sono esistite ed esistono le lotte di popolo, su cui c’è spesso c’è stato chi ci ha costruito sopra un nuovo sistema di potere e di oppressione. Lussu sta dalla parte del proletariato. Vede chiaramente le cause economiche della guerra e sa che le vittime della guerra sono le classi popolari. All’inizio, da interventista, soggiace alla retorica ma una volta che si trova sul teatro dello scontro capisce come la realtà sia ben diversa.

Nonostante il pudore estremo della sua scrittura, si avverte in lui una profonda accoratezza, soprattutto quando deve contribuire a mandare quei ragazzi a morire. La tragedia degli ufficiali è quella di dover decidere: arriva l’ordine di mandare allo sbaraglio
i propri uomini e bisogna eseguirlo. Sono scelte che pesano sulla coscienza di chi dà gli ordini, ma Lussu non insiste su questo aspetto, non insiste sui suoi più intimi tormenti, e ricerca nel narrare l’oggettività, rifiuta il ricatto sentimentale e non avanza giustificazioni.



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