Giuseppe Carta, lo scultore pop che ama la campagna

«Con le germinazioni ricreo in bronzo ciò che ci dà la terra» Da Banari alle grandi gallerie, storia di un artista migrante

SASSARI. Le sue germinazioni, eredità della sua cultura contadina, hanno fatto il giro del mondo. Peperoncini giganti, melagrane in bronzo, nature morte. E poi i bicchieri che gli hanno aperto il mondo delle grandi gallerie. Giuseppe Carta ha anche esposto le sue opere all’Euroflora di Genova, Eataly e al Fico di Bologna, la sua gigantesca melagrana in bronzo ha campeggiato di fronte al Colosseo nella grande notte di Bocelli. Lui si gode il successo con semplicità a Banari dopo tanti anni da emigrato: ha mantenuto il laboratorio a Pietrasanta ma vive in Sardegna «Perché è casa mia ed è sempre stata nel mio cuore. Facevo l’insegnante e l’arte mi aveva catturato, cercavo comunque di ritagliarmi almeno un paio di giorni in paese».

DOPPIA MIGRAZIONE. La sua storia è quella di tante famiglie dell’isola che stringevano i denti per campare e a un certo punto decidono di cambiare vita: «Siamo partiti nel 1959, i sardi andavano via a decine, eravamo una famiglia di contadini e mio padre ci portò a lavorare la terra in Toscana, a Barberino del Mugello. Ma era dura anche laggiù, vivevamo in una casa fatiscente senza energia elettrica, si faticava anche a trovare da mangiare. Ho 68 anni e la voglia di fare c’è sempre». Così ci unimmo alla grande migrazione industriale che ci portò a Genova. Ricordo ancora il volantinaggio ossessivo delle fabbriche, le strade e i campi ricoperti da migliaia di depliant gettati dagli aerei, a un certo punto partimmo anche noi, fu un salto psicologico notevole. A Genova ho cominciato a coltivare le mie passioni: mi sono iscritto al Conservatorio, ho scritto un romanzo, peraltro pessimo, pubblicavo alcuni articoli sul quotidiano “Il Lavoro”. E dipingevo sempre, tanto che la pittura ha preso il sopravvento».

NATURE MORTE E BICCHIERI. Da hobby la pittura diventa qualcosa di importante anche se con un genere apparentemente desueto: «Le mie nature morte hanno cominciato a girare subito nelle più importanti gallerie italiane, francesi e inglesi. Colpivano per lo stile, gli sfondi neri e omogenei, un qualcosa di anomalo e atemporale. Volevo portare nelle mie opere la passione per la campagne e gli oggetti della vita di tutti i giorni, anche i più banali come i centrini e i bicchieri poveri di casa. Un giorno l’allora art-director dell’Olivetti, Giorgio Soavi, mi chiamò per commissionarmi venti quadri di posate e bicchieri per una mostra: tutti venduti. Tra gli invitati c’erano grandi collezionisti, cominciai così a lavorare con Bormioli. Lo feci per anni poi mi fermai, volevo tornare alle origini».

GERMINAZIONI E BIENNALE. «Già da tempo lavoravo sulle germinazioni, nel 1999 poi ho trovato il modo di utilizzare il bronzo policromo: pere, mele, melagrane, ricreo quello che proviene dalla terra. Nel 2009 ho anche partecipato alla Biennale con pezzi in fusione in alluminio dedicati alla Sardegna. La Biennale l’ho fatta tre volte, è bella ma non ti dà quello che ti aspetti, comandano i grandi artisti. Poi ho cominciato a collaborare con Alberto Bartalini, direttore artistico insieme ad Andrea Bocelli del Teatro del silenzio in Toscana. Nel 2005 ideò una vallata che viveva un giorno solo con opere di grandi artisti e onestamente mi meravigliai della chiamata. La melagrana è nata così, un simbolo di fertilità di nove metri e mezzo per sei che riscosse un notevole successo. Nel 2017 è stata sistemata di fronte al Colosseo per il grande evento di beneficienza con Andrea Bocelli ed Elton John ed è rimasta nella piazza per un mese, per me una grande emozione. Soprattutto perché nel 2013 volevo donarla alla città di Sassari ma non è stata apprezzata, ero talmente deluso che volevo distruggerla. Poi le cose sono andate diversamente e ora è a Pontedera, praticamente è tornata a casa».

IL FUTURO. I suoi peperoncini sono finiti in Cina, la Melagrana è il simbolo della Fondazione Bocelli, ha anche fatto il ritratto di Draghi che campeggia nella sede della Banca d’Italia.
Eppure Giuseppe Carta, definito da grandi critici il più grande scultore pop del mondo, non vuole fermarsi: «Ora che ho lasciato la scuola abito finalmente nel mio paese, dove nel Duemila ho creato una fondazione e le idee sono tante: ho 68 anni e la voglia di fare c’è sempre».



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