«Ecco come ho aggiornato il capolavoro di Márquez»

La celebre traduttrice svela la sua rivisitazione di “Cent’anni di solitudine” Tra due settimane tornerà in Sardegna anche per parlare di Grazia Deledda

ORANI. Incontrando e sentendo Ilide Carmignani a Torino, all’ultima edizione del Salone del libro, Mariangela Sedda, autrice sarda profonda e di scrittura limata, le ha confessato: «Non ero mai riuscita a leggere per intero Cent’anni di solitudine. Ho tagliato il traguardo con la sua traduzione a cinquant’anni dal Nobel assegnato a Gabriel Garcia Marquez». Analoghe sensazioni ha esternato chi ha partecipato (erano tanti) all’inaugurazione dell’originale festival “Quando tutte le donne del mondo”, in programma nel museo dedicato a Costantino Nivola sotto il crinale di san Francesco di Orani, per la direzione artistica di Bastiana Madau. Si è discusso del mestiere della traduttrice, «il più femminilizzato», ha spiegato Maria Cristina Secci definita dalla stessa Carmignani «il pilastro dell’ispanismo italiano». È stato raccontato un Marquez umano e sempre più popolare (nei giorni scorsi l’ex presidente Usa Bill Clinton, in un’intervista al New York Times, ha definito il romanzo su Macondo «il miglior libro in assoluto»). Nessuno si sogna, è ovvio, di contestare la prima traduzione, fatta nel 1968 da Enrico Cicogna, «testo che ha incantato milioni di italiani». Ma in mezzo secolo «una lingua invecchia» e la Carmignani – toscana di Lucca – confessa di «aver goduto nella riscrittura restando fedele al testo senza essere ostica, rendendo le parole vere di ogni scrittore, cercando di non perdere e non aggiungere nulla».

Legge Maria Giovanna Ganga accompagnata dalla musica di Mauro Usai. Silenzio religioso sotto un cielo blu con rondini e tortore in volo. L’ispirazione del romanzo «arriva a Marquez sulla strada per Acapulco». Se ne va a casa «e ci sta chiuso un mese» ed emerge quella Macondo che è certo un villaggio di tutto il mondo ma che ha moltissimo di Aracataca, la cittadina della Magdalena, in Colombia, dove Gabo nasce il 6 marzo 1927. Amico di Castro «con il quale aveva fondato Prensa Latina». La Carmignani – che ha tradotto Roberto Bolaño, Borges, Fuentes, Grandes, Neruda, Paz, Sepulveda – parla con una chiarezza ammirevole. Lasciando intatte le figure di Aureliano Buendia e Amaranta Ursula. Dando a Marquez ciò che di Marquez è. Ecco alcuni esempi sull’uso del linguaggio. Nella prima edizione troviamo lo “stufato” col quale viene tradotta la parola “sancocho”. Spiega la Carmignani: «È una zuppa tipica colombiana, a base di carni e verdure come manioca, granturco, patate dolci e malanga, che si consuma solitamente a pranzo, no, non è uno stufato». Nuovo esempio: il “totuma” che diventava “zucca”. La parola alla traduttrice: «È un piccolo recipiente di uso domestico ricavato dal frutto dell’albero tropicale del totumo (Crescentia cujete)». O, ancora, gli “alcaravanes” che diventavano “galline” perdendo fra l’altro un riferimento intertestuale. Oppure “il bejuco”, «termine caraibico che indica tipi di piante rampicanti della selva tropicale, lavorate come il vimini per fabbricare mobili. Non poteva essere tradotto con giunco».

Il pubblico è in estasi. Altri esempi, chiedono dalla platea: «I calchi: cromi per figurine, l’aduraznado/duracinato – di pesca, l’ajedrezado/scaccheggiato – a scacchi. Cinquant'anni fa per médanos trovavamo sirti, oggi leggiamo secche. Per despejar ci imbattevamo in illimpidire oggi col più attuale sgombrare, ripulire. Così come oggi non diremo mai la signora scopava in casa, perché quel verbo ha un altro significato. I linguaggi mutano, e vanno adottati alle epoche che si vivono».

Le prime traduzioni? «I lirici greci al liceo». Primo lavoro? «Luis Cernuda, Ocnos, poemi in prosa sull’Andalusia».
Usa i dizionari? «Sempre di più, tradurre bene mi sembra ogni giorno più difficile». Fra due settimane sarà in Sardegna per i Nobel dei due mondi: Marquez e Grazia Deledda. «Due giganti del Novecento. Hanno dimostrato che la letteratura unisce i continenti». Macondo e Nuoro pari sono.

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