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Il ritorno del Diablo: «Questa è casa mia»

Il ritorno del Diablo: «Questa è casa mia»

Piero Pelù svela il suo rapporto con la Sardegna. Sabato sarà in concerto a Riola con i Bandidos

«Vi aspettano più di due ore di grande rock and roll, ma soprattutto un concerto bomba». A Piero Pelù bastano poche parole registrate su un video per chiamare a raccolta i suoi tanti fan sardi in occasione del live organizzato da Sardegna Concerti e in programma sabato prossimo al Parco dei suoni di Riola, nell’Oristanese. Sul palco, con lui, i Bandidos, un ensemble di tre ottimi musicisti formato di proposito da El Diablo per suonare comunque durante i periodi di pausa fisiologica con i Litfiba. Ma che poi – come spiegherà lui stesso in questa chiacchierata – ha finito per fare molta presa sul pubblico. Tanto che il grido di battaglia della tournée sembra essere questo: «Energia, nuove idee e voglia di stare con la mia Dea Musica».

Pelù, perché l’ha chiamato “Warm up tour”, cioè tour di riscaldamento?

«Intanto “Warm Up Tour” è venuto fuori per puro gioco. Sembra incredibile, ma io mi sono ritrovato a fermarmi momentaneamente con i Litfiba e siccome non riesco a non suonare avevo chiesto alla mia agenzia di programmarmi tre o quattro concerti. Alla fine lo spettacolo è piaciuto tanto che ne è venuta fuori una vera e propria tournée. Una sorpresa assolutamente piacevole per tutti, ma anche un impegno vero e proprio. E con la band ci siamo guardati in faccia per dirci che questa volta bisognava fare sul serio».

Dunque che cosa ci si deve attendere da questo live?

«È uno spettacolo molto divertente, c’è dentro di tutto: i miei classici da solista, alcuni pezzi dei Litfiba e tutta una serie di cover che sono venute fuori un po’ per scherzo e un po’ per amore della musica».



Si parla molto di queste strabilianti cover. Ne anticipi qualcuna.

«Non abbiamo una scaletta fissa, ma in tutto trenta brani che suoniamo a rotazione e seconda dell’aria che tira. Quindi non so quali cover faremo, ma sicuramente quelle che piacciono di più sono “A pugni chiusi” dei Ribelli, una versione devastante del “Pescatore” di De André, ma anche “Il tempo di morire” di Battisti e “Satisfaction” dei Rolling Stone».

Lei in Sardegna suona continuamente, anzi si può dire che sull’isola ci sia uno zoccolo duro del suo pubblico.

«Persino la data zero di questo concerto l’abbiamo fatta a maggio a Carloforte, con un feedback incredibile. Quando c’è energia positiva ritorna sempre indietro. In più la Sardegna è davvero la mia seconda patria: ci venivo da bambino perché avevo degli zii a Castelsardo e da allora mi è entrata nel sangue e non me la leverò mai di dosso. È come venire a suonare a casa, ho centinaia di ricordi: dalle mangiate di porcetto in Barbagia alle feste al Poetto, alle avventure nelle terre più selvagge. Ogni volta la Sardegna mi stupisce».

Poi gli amici musicisti. Si ricorda Joe Perrino? Negli anni Ottanta iniziaste la carriera insieme.

«Ehehehe... certo che me lo ricordo. Ho incontrato da poco il tastierista del suo storico gruppo. Non lo vedevo da trent’anni. Poi avevo legato molto con Andrea Parodi (l’ex voce dei Tazenda, prematuramente scomparso - ndr) tanto che andai anche al suo matrimonio. E con il grandissimo Gavino Murgia, un artista davvero straordinario. Così come sono straordinari i Golasecca, la band del Sulcis».



Torniamo al gruppo dei Bandidos. Com’è nata esattamente questa band?

«Ho formato la band da zero circa quattro anni fa, sempre in un periodo di pausa con i Litfiba. E la fortuna e l’occhio clinico mi hanno fatto incontrare Luca Martelli, un batterista che ho soprannominato “mitraglia”, perché quello è il suo stile: finalmente qualcuno che mi ricordadasse il mio fratello Ringo dei Litfiba. In quel periodo, poi, si era staccato dai Negrita il bassista Ciccio Licausi, detto “Zen”, sia nel senso caratteriale sia nel senso del quartiere di Palermo, e abbiamo assoldato anche lui. Infine è arrivato il chitarrista Giacomo Castellano, un grande metallaro, nello spirito e nella tecnica. Il gruppo funziona perfettamente».

Lei non di rado interviene nel dibattito politico. Che ne pensa di questa epoca “gialloverde”, o “giallonera”, come pensano alcuni?

«Il rammarico più grosso è che questa avrebbe potuto essere un’epoca giallorossa, però evidentemente chi doveva portare sino in fondo il progetto di disfacimento della sinistra ha pensato bene di non avere nessun tipo di dialogo con la parte gialla. E ora ci ritroviamo questo colore giallonero che fa abbastanza impressione».
 

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