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Ittiri, tutti i colori della tradizione

Bilancio positivo per la kermesse che si è chiusa domenica con la sfilata dei gruppi

Perdersi per le vie di Ittiri in un giorno di mezza estate può essere un modo di viaggiare nel tempo. L’accesso allo “stargate” è in piccole case di pietra ormai disabitate e diventate musei di copriletto istoriati, cuffie ricamate, manufatti dalla storia millenaria, amuleti forgiati in oro, abiti antichi dalle architetture virtuose. In occasione della trentatreesima edizione dell’Ittiri Folk Festa organizzata dall’Associazione Culturale Ittiri Cannedu una comunità intera apre le porte del suo passato invitando gli ospiti ad entrare per mostrare con orgoglio i propri siddados (tesori) trasformando la città in un progetto di narrazione diffuso.

Ogni strada racconta un pezzo di storia in questo paese antico abitato da gente laboriosa. L’album di famiglia si sfoglia passo per passo nella collezione di fotografie d’epoca di Peppe Salaris “Ammentos de Ittiri”. La via principale del paese ospita la galleria dei suoi ritratti, scattati in età diverse a ricordare come il tempo possa donare ma anche rubare bellezza. “Il paese dell’oro e dell’argento” vestiva le sue spose con “Su estire ruju”, la gonna era di panno finissimo, scarlatto, fittamente plissetata e ricamata di coloratissimi fiori mentre il bolero (su corittu) aveva una buttonera di filigrana d’argento con 20 bottoni, 10 per manica. L’oreficeria tradizionale di Ittiri fiore all’occhiello della cultura sarda viene riproposta ai visitatori nella mostra curata da Gian Mario de Martis allestita nella casa Pinna Ferrà.

Esposti al pubblico manufatti preziosi alcuni davvero antichissimi realizzati dalla storica famiglia di orafi ittiresi Murittu. Forme e colori degli abiti tradizionali si riscoprono anche nella mostra “Galanias” attraverso i dipinti di Matteo Atzeni. Grande interesse anche per la mostra “Incontro con la ceramica” di Marco Silecchia, il museo della radio e i collegamenti radio nel mondo. Dedicata invece alla fotografia l’esposizione “In bianco e colore nelle cuffie sarde” di Marco Spiga. Spazio anche al patrimonio agroalimentare con il percorso di degustazione “S’Ischimadorza”. Oltre il programma istituzionale con le sue mostre e i numerosi spettacoli sui palchi del centro residenti, ospiti e turisti hanno vissuto la tre giorni di Ittiri nella sua forma più fresca e spontanea: incontrandosi in piazza. Cosi se ci si ferma per un aperitivo in centro si può assistere ad un ballo sardo, che poi diventa russo, serbo, sudafricano e magari ci si può unire ai danzatori per impararne i passi. I gruppi folk arrivano ogni anno a Ittiri da tutti i continenti e da diverse parti dell’isola per uno dei festival sardi più longevi che ogni anno conferma il suo successo di pubblico.

Anche quest’anno la folla ha invaso strade e piazze e guardando i ragazzi e le ragazze di diverse etnie chiacchierare tra loro e prepararsi alla sfilata serale si capisce il perché di quel camaleonte scelto come mascotte dell’edizione 2018. “Ittiri folk festa” invita ad “indossare” tutti i colori senza discriminazioni quelli della tradizione sarda, egiziana, peruviana, russa, colombiana e austriaca. Il camaleonte può sentirsi a suo agio con un corittu sardo in broccato antico e un copricapo di piume peruviano e rimanere se stesso riconoscibile nella sua forma pur adattandosi ad ogni colore. Nella grande parata dei gruppi esplosa in serata per le vie del centro si materializza perfettamente l’obiettivo della manifestazione. Danze tribali e ballu tundu, sandali di cuoio e stivali alti al ginocchio, abiti sgargianti e costumi minimali fogge e tradizioni appartenenti a luoghi del mondo lontanissimi tra loro sfilano mostrando un visibile filo di continuità.

Un’occasione di incontro, di scambio di culture e tradizioni che mette in circolo diversità e similitudini come ossigeno per nutrire i rapporti. Applausi per l’esibizione della Compania Amèrica Danza di Bogotà (Colombia), il Tanok Folk Ensemble di Izhevsk (Russia) e il gruppo “Steirischer Schwung” di Stiwoll (Austria). E mentre ammiriamo le tradizioni russe, austriache, ucraine e peruviane, e vediamo sfilare le maschere di Ottana, gli abiti di Bosa, Sarule, Ploaghe, Orgosolo. Riscopriamo aspetti della cultura della nostra isola di cui non sapevamo niente. Come i copriletto istoriati presenti nella mostra “Faunas” in casa Mignano sempre a cura di De Martis.

I manufatti esposti su letti a baldacchino sono autentiche opere d’arte raffiguranti simboli zoomorfi e floreali spesso impreziositi da testi di buon augurio e preghiere agli sposi cui venivano donati. “San Giuseppe, Madonna addolorata, Vergine Santissima...” – si legge – in questi rosari antichi ricamati a mano.