«L’antipolitica ci fa paura ma non può essere eterna»

Lo studioso francese martedì sarà ospite del festival letterario di Perdasdefogu Il difficile momento del mondo occidentale dominato da un Pantheon di populisti

CASTELSARDO. Parla subito del «Pantheon populista, da Beppe Grillo a Marine Le Pen, da Tayyip Erdo Erdogan a Nigel Farage». Elencando tanti nomi e cognomi non solo europei, non si stupisce - «in strategia perfetta con quelle di Roberto Casaleggio» - delle ultime dichiarazioni del fondatore del M5S nell'intervista a Ian Bremmer per GzeroWorld («la democrazia è uno strumento superato»). Spiega «È una tendenza attuale della quale occorre prendere atto, ma proprio per questo dobbiamo essere vigili per salvaguardare il concetto di democrazia dei nostri padri. Vera democrazia non potrà mai essere né un tweet né un clic». Marc Lazar – politologo di primo piano, docente all'università di Parigi - passeggia per il lungomare di Castelsardo («che incanto ambientale e geologico la Sardegna, tra pietre che affiorano dal mare e pietre di fuoco»). Martedì alle 21 sarà fra gli ospiti di punta dell'ottava edizione del festival “7Sere7Piazze7Libri” a Perdasdefogu, intervistato da Giorgio Zanchini.

I populisti hanno consensi. Hanno catturato il malessere e son solo quello europeo.

«Le istituzioni di rappresentanza hanno perso capacità e si concentrano nei leader. Sono solo loro, dalla mattina alla sera, a parlare, ad apparire nei talk show. Mi chiederei chi ha Lega oltre Salvini. Chi c'è oltre Orban in Ungheria? Così la distanza fra il demos- il popolo – e il kratos, il potere - diventa frattura, distacco incolmabile. Loro ridiventano capi, élites e i cittadini sono indistinti. L'antipolitica o la non-politica sono diventate esse stesse bandiere politiche».

Lei parla di un'antipolitica che è una retorica che non richiede ragioni ragionate.

«Certo. Perché esprime sentimenti e risentimenti. La popolocrazia, come si legge nel libro scritto con Ilvo Diamanti, tende ad allargare la sua influenza, tende a normalizzarsi anche per la crescente assuefazione dei cittadini abituati a loro volta a utilizzare gli stessi argomenti e linguaggi populisti. Non sarà un fenomeno eterno. Siamo in una fase di transizione nella quale la popolocrazia si insinua ovunque. Nel corso della storia la democrazia liberale e rappresentativa ha già ceduto ad alcuni assalti come nel periodo fra le due guerre. Ma ha saputo reagire perché conserva notevoli capacità di resistenza».

A quando la svolta?

«Quando i partigiani della democrazia comprenderanno i cambiamenti nella società. Le popolazioni, i giovani sono disorientati, spesso realmente disperati. Le migrazioni ci sono e ci saranno ma vanno governate non demonizzate, vanno ripensati i modelli di integrazione degli immigrati restituendo senso e passione alla politica. Rilanciando, per stare al nostro Continente, il progetto europeo: vogliamo tornare ai piccoli Stati nazionali?».

La sua definizione di populismo?

“I populisti teorizzano il contrasto tra un popolo, che si suppone omogeneo, e una casta che si suppone anch’essa omogenea e che complotta contro di lui. Il populismo è la semplificazione di tutto, è l’accelerazione della temporalità – tutto deve essere fatto in emergenza. Ciò avviene insieme a un’altra trasformazione dei nostri tempi legata a Internet, che dà la possibilità di intervenire sempre nel dibattito pubblico».

Chi è Macron? Uno statista europeo o un presidente molto, molto, molto francese?

«Macron ha vinto con una forte campagna europeista, ha esordito con l'Inno alla Gioia, ed è sempre a favore di una forte sovranità europea, è la sua firma. Nello stesso tempo è e deve essere molto francese, sente la grandeur formato 2018, ha bisogno di accentuare e ricordare le sue radici. Il populismo regna anche sotto la Torre Eiffel. Direi che è un europeista alla francese sapendo che la Francia, in Europa, ha un ruolo importante».

Nella politica tutta twitter di Trump, con le sue contraddizioni quotidiane, c'è del metodo?

«Trump è l'esempio speculare della politica di oggi. Molte cose in politica si fanno con tweet, occorre prenderne atto. Ciò non toglie che spesso mi sembra del tutto irrazionale. Ciò è davvero preoccupante».

Lei parla anche di democratura, è il tema del dibattito a Perdasdefogu. Che è?

«Credo sia la sommatoria delle cose che ci siamo detti brevemente. È democratura quella della Turchia, dell'Ungheria, della Polonia. Anche Renzi ha costruito la sua affermazione sulla rottamazione del ceto politico tradizionale. Renzi ha affermato un modello di leadership
e di democrazia iperpersonalizzata fornendo al Pd la propria immagine. Ha creato un governo personale, senza il vero popolo. E abbiamo visto come è andata».

Durerà a lungo il governo delle destre in Italia?

«Bella domanda. Non ho una risposta».



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