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Matoforu e i suoi racconti: «La Sardegna oltre i social»

Lo scrittore di Orani Salvatore Niffoi presenta a Porto Cervo “Il venditore di metafore”. «Basta con l’esotismo identitario, le nostre storie piacciono se sono vere»

SASSARI. Agapitu Vasoleddu, per tutti Matoforu, quando arriva nei paesi compie sempre lo stesso rituale: si toglie la berritta, si fa il segno della croce, sale su uno scranno di sughero sistemato al centro della piazza e racconta «Storie per grandi e piccini, mille storie in una sola, tutto il mondo in punta di parola». Matoforu e le sue storie sono al centro dell’ultimo romanzo di Salvatore Niffoi “Il venditore di metafore”, uscito per Giunti nell’ottobre dello scorso anno, che lo scrittore di Orani ha presentato a Porto Cervo nella chiesa di Stella Maris insieme al parroco di Porto Cervo don Raimondo Satta e a Vera Slepoj in un incontro della rassegna estiva “Porto Cervo libri”. I racconti di questo “contacontos” sono tanti e variegati, lui gira instancabile insieme al suo cane anche se a volte capita che i carabinieri lo mandino via, intrattiene la gente con racconti sempre sopra le righe «ma fondamentalmente racconta pezzi di se stesso, dà alla gente brandelli della sua carne. Perché raccontare è soprattutto questo e credo che un mondo senza letteratura sarebbe terribile. Faccio pochissime presentazioni, ho scelto di farne una in questa situazione particolare perché don Raimondo, insieme a padre Salvatore Morittu, è una delle mie guide spirituali e senza il sacro e la fede saremmo soltanto pecore rinchiuse nel recinto dei social» dice Salvatore Niffoi.

Che tipo di storie si trovano dentro “Il venditore di metafore”?

«Matoforu è uno che quando racconta lo fa in maniera molto differente da come ormai siamo abituati adesso, in una società che comunica attraverso la fusione fredda delle rete e dei social. Viviamo in una globalizzazione invisibile e permanente, dove tutti divorano tutto. A me non piace, io credo che i momenti migliori siano quelli nei quali ci sottraiamo a tutto questo e viviamo la nostra solitudine o stiamo con la famiglia. L’uomo è amore e morte, eppure si rinvia sempre il racconto della morte che pure è l’unica forma di democrazia concreta esistente. Matoforu racconta i rapporti coi sentimenti, citando il grande Sergio Atzeni dico che dovremmo passare su questa terra leggeri per allenarci in maniera cristiana a morire».

In tanti, quando è uscito il libro, hanno detto che in realtà al centro del racconto non ci sono le storie di Matoforu ma proprio il raccontare.

«Il piacere di raccontare non deve mai venir meno, le eredità immateriali sono delle vere e proprie testimonianze e quando racconta, Matoforu non fa altro che lasciare un’eredità a chi le ascolta. Mio nonno mi ha lasciato poco di materico, una fascia di stoffa da legare in vita e qualche valvola di un televisore costruito con le sue mani. Però sono rimaste le sue storie e il piacere di raccontarle e in questo c’è tutto l’uomo e la sua capacità di lasciare impronte. Oggi, invece, c’è una fretta assurda di consumare se stessi. Il personaggio di Matoforu è ispirato a un mio trisavolo, tziu Predu Costanza, che di professione costruiva carri da buoi e poi andava in giro a fare il kontakontos, lo faceva scegliendo bene le storie e le situazione: quando c’era tristezza raccontava storie allegre e viceversa, quasi a controbilanciare il momento».

A un certo punto compare anche un personaggio femminile, Angelina, con la quale Matoforu troverà un po’ di serenità per il periodo che gli resta da vivere.

«Angelina Bisocciu non è un personaggio secondario: se si legge bene il libro, è lei l’architrave della storia, è, se mi passate il termine, come guardare un quadro del Caravaggio e vedere la luce che filtra e illumina la scena, lo fa con quello scambio di amore finale simbiotico e totale».

Le storie ambientate in Sardegna e scritte da autori sardi riscuotono sempre successo in libreria: qual è la sua spiegazione?

«Le storie che piacciono sono quelle vere, non quelle della Sardegna da cartolina dove noi sardi sembriamo indiani in una riserva: il sardo vero è quello dell’impegno gramsciano, non mi piacciono le visioni neofuturiste, l'esotismo identitario pataccaro di bassa lega, non dobbiamo vendere tutto per quattro soldi. Piace la nostra oralità, dobbiamo valorizzarla partendo però dal presupposto che non è solo roba nostra, che anche altri ce l’hanno».

Lei ha vinto il Campiello nel 2006, da allora si è affacciata una nuova generazione di scrittori isolani: come li vede?

«Penso che si debba evitare il “personaggismo”, il “best-sellerismo”, il rischio che lo scrittore sardo diventi fenomeno modaiolo che si lascia fottere dalla vanagloria, vittima di un clichettarismo seriale. Non mi piace il mignottismo culturale, il fatto che tutti parlino di tutto, vinti dalla voglia di visibilità mediatica. Uno scrittore deve sapersi guardare intorno, raccontare quello che sente, essere libero, mantenere un profilo onesto, scrivere le storie senza lasciarsi incaprettare dagli ideologismi mercantili. Se mancano le storie e la capacità di raccontarle con l’impegno fine a se stesso altrimenti non aggiungi nulla. Personalmente preferisco essere un solitario anarchico antipaticone piuttosto che un simpatico cialtrone. Il mio esempio, da vivo e da morto, rimane il mio caro amico Cicittu Masala».