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Ad Aritzo rivivono le streghe

Ad Aritzo rivivono le streghe

Storie di una strega, o presunta tale. Perché essere donna e avere particolari abilità nel guarire le persone o il bestiame da mali quotidiani veniva visto come qualcosa di diabolico. Ed ecco che,...

Storie di una strega, o presunta tale. Perché essere donna e avere particolari abilità nel guarire le persone o il bestiame da mali quotidiani veniva visto come qualcosa di diabolico. Ed ecco che, nella povertà materiale e culturale dei secoli Sedicesimo e Diciassettesimo, bastava poco per essere additata come strega. “Bruxa” appunto, che è il titolo di uno spettacolo sulla storia vera di Antonia Usay, donna capace di usare la conoscenza per risolvere piccoli malanni, aiutare in una nascita, curare una febbre del bestiame. La sue vicenda e quelle delle donne dotate del “potere” tornano in vita grazie ad uno spettacolo nato da una esperienza di teatro di comunità, diretto dall’associazione Abbicultura, che si ispira alla pubblicazione Bruxas dell’Ecomuseo della Montagna Sarda e del Gennargentu. La pièce andrà in scena sabato (11 agosto) alla Casa Devilla di Aritzo, con inizio alle 21,30 e seguirà la modalità del teatro itinerante. L’attività è stata finanziata dalla fondazione di Sardegna, patrocinata dalla Regione Sardegna, con la collaborazione del Comune, del sistema museale di Aritzo e dell’associazione “Attori per caso”. Nella drammatizzazione rivivranno Antonia e quelle donne che esercitavano le loro pratiche nel paese, diventando il simbolo delle resistenze della gente comune nei confronti dell’accentramento religioso-politico del tempo. L’uso delle erbe medicamentose, le conoscenze della medicina tradizionale attribuivano a queste donne una connotazione sociale importantissima, rendendo le fattucchiere personaggi talmente scomodi da essere oggetto non solo di critica, ma anche di repressione. Medici, insegnanti, sacerdoti e chiunque ritenesse di essere depositario del “sapere” le individuava subito come diaboliche nemiche. Di qui la maldicenza, frutto di malcelata invidia e timore di perdere il loro potere. Essere una bruxa voleva dire essere sottoposta al pubblico ludibrio, rischiare il carcere e la tortura. Antonia fu accusata più volte dal tribunale del Sant’Uffizio e condannata più volte tra il 1585 e il 1606, ricevendo centinaia di frustate. Fu esiliata dal regno di Sardegna, con l’obbligo del Sambenito, una sorta di panno giallo con la croce di Sant’Andrea da indossare sopra gli abiti, il marchio dell’infamia. Un mondo che verrà ricostruito fedelmente nel centro storico di Aritzo, grazie al grande lavoro di Abbicultura, sodalizio che da alcuni anni si occupa di attività di ricerca socioculturale nella Barbagia Mandrolisai, puntando al coinvolgimento della popolazione nelle varie iniziative. Il laboratorio è iniziato a maggio e ha coinvolto persone di ogni età. «Gli spettatori - spiega Katerina Nastopoulou, regista e sceneggiatrice di Bruxas - verranno guidati nei vicoli del paese e diventeranno loro stessi testimoni di un passato lontano, attraverso scene teatrali frammentate di cui i protagonisti saranno i partecipanti al laboratorio teatrale iniziato a maggio 2018». La drammaturgia è di Paola Atzeni e le scenografie che animeranno il percorso del centro storico sono di Chiara Secchi e di Fabrizio Felici. La maschera di Antonia Usay è stata creata da Gabriela Mulas. «Il progetto teatrale che andrà in scena è frutto di un serio e scrupoloso studio sui dati a nostra disposizione” sostiene Tonina Paba, ex sindaco di Aritzo, nonché docente di letteratura spagnola e letteratura sardo-ispanica dell’Università di Cagliari. «Gli atti manoscritti
dei vari processi, in lingua spagnola, ci hanno restituito preziose testimonianze sulla cultura popolare dell’età moderna, sulla persistenza di credenze precristiane negli strati meno colti della popolazione, delineando una situazione culturalmente non priva di contraddizioni».

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