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Il centro della Gallura con la musica nel sangue

Ibanchetti con gli ambulanti che vendono artigianato esotico, gli appassionati di jazz che commentano i concerti del giorno prima riuniti intorno a giri di birra o vermentino, le presentazioni di...

Ibanchetti con gli ambulanti che vendono artigianato esotico, gli appassionati di jazz che commentano i concerti del giorno prima riuniti intorno a giri di birra o vermentino, le presentazioni di libri, le mostre d’arte, la rassegna di cinema proposta da Gianfranco Cabiddu con i materiali d’archivio del festival, i volontari (anche bambini, meravigliosi nella loro partecipazione attiva e quando ostentano con fierezza il proprio pass) che senza sosta fanno sì che la rassegna si tenga. E tanta gente che comincia ad affollare Berchidda sin dal pomeriggio, quando sul palco centrale è l’ora delle prove del suono per il concerto della sera. In fondo Time in Jazz, arrivato alla sua trentunesima edizione, seppure ridimensionato nelle presenze rispetto a una decina di anni fa, continua a mantenere certe consuetudini. Le stesse che ne fanno ancora un festival inimitabile, non fosse altro perché nei giorni della rassegna qui tutto (economia compresa) ruota attorno alla musica: senza Time in Jazz il paese di Berchidda non sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo, e figuriamoci le chiesette campestri del circondario, dove spesso si tengono i live più suggestivi.

Questo lo sanno tutti, a cominciare dal sindaco Andrea Nieddu, 38 anni, eletto con una lista civica nel 2015. «Quando è nata questa manifestazione - racconta - ero alle scuole elementari ho con il tempo guardato al jazz come a qualcosa che mi appartiene. Dico di più: il jazz, internazionale per definizione, segna la nostra identità glocal».

Poi c’è la ricaduta in termini di soldi. «Finanziamo il festival con tutte le risorse che un piccolo centro come questo può mettere a disposizione – continua Nieddu –, convinti che sia un ottimo investimento: i dati ci dicono che per ogni euro speso per Time in Jazz se ne guadagnano sei. Senza parlare del ritorno in immagine». Certo, non sono pochi i gestori dei bar a rimpiangere i tempi in cui alle pendici del Limbara si concentrava varia e allegra umanità che poco aveva a che fare con il contesto jazzistico. La crisi ha però toccato anche i festival più consolidati. Nel frattempo gli organizzatori (Paolo Fresu in testa, che è ideatore e direttore artistico) pensano già a come ricreare quella speciale dimensione che trasformava la rassegna in una festa lunga otto giorni. Il futuro probabilmente passa da situazioni come “Time is Over”, lo spazio notturno curato dal trombonista Gianluca Petrella, dove musicisti e deejay si incontrano su un palco e propongono il sound che verrà. (an. mass.)