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Steve Coleman, il filosofo del sax, illumina Berchidda

Sul palco è salito il musicista di Chicago, il più atteso della 31esima edizione della rassegna, che ha caricato la platea con un’esibizione unica

Il free-jazz a fare da collante per incursioni nel funk, nella world music e persino nel rap. Tutto condensato in un concerto dove l’improvvisazione diventa il modo per creare musica all’istante trasmettendo reali esperienze di vita. E dove la composizione spontanea si trasforma in movimento, indipendentemente dallo stile. Dopo la sbornia boogie di lunedì notte con il trombonista svedese Nils Landgren e la sua Funk Unit (esecuzione perfetta, la loro, forse anche troppo, con la scuola che ha prevalso sulla strada, ma anche con un eccezionale cameo di Paolo Fresu), martedì notte sul palco centrale di piazza del Popolo, a Berchidda, è stata la volta del musicista più atteso di questa trentunesima edizione di Time in Jazz. Gli applausi del pubblico sono andati al sassofonista di Chicago Steve Coleman, leader dei Five elements, storica formazione con cui porta avanti dai primi anni Ottanta le sue principali attività, ma con un organico diverso rispetto a quello conosciuto sinora: accanto al suo sax alto e alla tromba di Jonathan Finlayson c’erano infatti la voce di Kokayi, Anthony Tidd al basso elettrico e Sean Rickman alla batteria. Ancora molto groove.

Che il sound di Coleman sia largamente influenzato dai grandi compositori e improvvisatori afro-americani si percepisce in ogni istante della sua performance. Così come ogni volta che soffia dentro il sax si capisce che per lui la musica è energia, e dunque non può essere eseguita senza tenere conto dell’intero spettro di vibrazioni. Nella notte di ieri, infatti, il suono degli strumenti si è fuso con il mood della platea e con il paesaggio circostante. Un live quasi filosofico terminato più o meno a mezzanotte, quando è arrivato il momento di “Time is over”, con protagonisti il trombonista Gianluca Petrella e Dj Gruff, ai piatti. In altre parole, un musicista che ha compreso l’evoluzione multi-direzionale del suo genere madre, il jazz, e un rapper che da trent’anni continua a segnare la storia dell’hip-hop italiano con basi, parole e dischi. Bello.

Ma altri appuntamenti musicali hanno scandito ieri la giornata di Time in Jazz. Per esempio quando alle 11 il festival ha fatto tappa a Sorso nei pressi della villa romana di Santa Filitica, dove è andata in scena la performance di un inedito duo composto da Landgren e dal chitarrista Francesco Diodati, reduce a sua volta dal concerto del giorno precedente a Telti con il progetto Blackline. Nel pomeriggio la rotta del festival si è spostata a Ploaghe, dove dalle 18 al Convento dei Cappuccini ha tenuto banco Gegè Munari, decano dei batteristi jazz italiani, alla guida di un quartetto con Ettore Carucci al pianoforte, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Francesco Lento alla tromba e al flicorno. Un nuovo coinvolgente progetto che spazia dal be bop all’hard bop, con standard rivisitati e arrangiati in chiave moderna. Poi il ritorno a Berchidda, quando prima del tramonto la Fanfaraï Big Band ha proposto una parata per le vie del paese.

Nella giornata di ferragosto, Time in Jazz si è vissuto come tradizione nella campagna appena fuori Berchidda, tra le chiesette campestri di San Michele e Santa Caterina. Si è partiti alle 10 con la “Passeggiata nel bosco con Gufo Rosmarino”, un racconto itinerante nella natura intorno alla chiesetta di Santa Caterina con l’attore Giancarlo Biffi, che ha portato in scena “Rosmarino e i corvi farlocchi”, accompagnato dalla tromba di Paolo Fresu, dal violino di Sonia Peana e dalle voci di Catia Gori e Ada Montellanico. Stessa ambientazione, alle 11, per l’incontro “Fatto trenta facciamo trentuno”.

“La bellezza dei numeri che creano vita”, che vedrà protagonista Emilio Casalini, giornalista e scrittore padovano con esperienza nel campo dei reportage (premio Ilaria Alpi 2012), e che negli ultimi anni ha riflettuto sulla rinascita dell'Italia grazie al suo patrimonio culturale, pubblicando “Rifondata sulla bellezza - Viaggi, racconti e visioni alla ricerca dell'identità celata” (Spino Editore, 2016). Trasferimento, quindi, alla vicina chiesetta di San Michele per il consueto pranzo a base di piatti tipici della cucina locale. Alle 21.30 i riflettori del palco di piazza del Popolo si accendono per l’ultima serata di musica: il primo set vedrà il gradito ritorno a Time in Jazz del tunisino Dhafer Youssef, voce e oud (il liuto arabo), alla guida del suo quartetto con Isfar Rzayev Sarabski al piano, Matt Brewer al basso e Ferenc Nemeth alla batteria, con cui porterà in scena il progetto del suo ultimo album, “Diwan of Beauty and Odd”, del 2016. Poi, nella seconda parte della serata, tolte poltroncine e transenne dalla piazza e aperte le porte al pubblico con ingresso gratuito, via alla consueta festa di ferragosto che quest’anno si affida alla coinvolgente miscela di suoni e ritmi di Fanfaraï Big Band, formazione multietnica in cui si mescolano raï, chaabi, musica gnawa, gli ottoni jazz, afro-cubani o tzigani, in questa occasione affiancata dalla partecipazione di ospiti a sorpresa.

Al termine, la festa è continuata nell’attigua piazzetta con il consueto spazio dopofestival di “Time is over” affidato ancora a Gianluca Petrella in un ultimo e speciale evento che prevede la presenza anche di Paolo Fresu e altri ospiti.