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Berchidda, festa finale con i suoni del mondo

Berchidda, festa finale con i suoni del mondo

Prima il concerto del tunisino Dhafer Youssef, cantante e virtuosos dell’oud (il liuto arabo), alla guida del suo quartetto con Aaron Parks al piano, Matt Brewer al basso e dello straordinario Justin...

Prima il concerto del tunisino Dhafer Youssef, cantante e virtuosos dell’oud (il liuto arabo), alla guida del suo quartetto con Aaron Parks al piano, Matt Brewer al basso e dello straordinario Justin Faulkner alla batteria. Poi – levate le poltroncine e le transenne da sotto il palco centrale di piazza del Popolo, la consueta festa di Ferragosto, quest’anno affidata alla coinvolgente miscela di suoni e ritmi della Fanfaraï Big Band, formazione multietnica di doci elementi in cui si mescolano raï, chaabi, musica gnawa, gli ottoni jazz, afro-cubani o tzigani. E ieri pomeriggio, nello stagno di San Teodoro, l’ultimissima performance con l’incontro in musica tra il caldo timbro della tromba di Paolo Fresu e ancora l’inconfondibile canto e le sonorità di Dhafer Youssef (le foto sono di Francesca Mancini). Si è conclusa così, in bellezza, la trentunesima edizione di Time in Jazz, il festival internazionale di Berchidda ideato e diretto da Paolo Fresu, che come sempre è stato protagonista sul palco unendosi a vari gruppi per una cameo. Particolarmente emozionanti quelli proposti durante i due concerti di mercoledì notte, dove il trombettista “padrone di casa”si è speso sino all’ultimo fiato per far calare il sipario sulla rassegna nel migliore dei modi. Risultato: a notte fonda tutti ballavano.

Va detto subito che quella di quest’anno è stata davvero una bella un’edizione, con alcuni momenti che resteranno nella storia di Time in Jazz, come il concerto di Enrico Rava alla testa dei Tribe, quello del grandissimo (ma anche capriciosissimo) sassofonista di Chicago Steve Coleman con i suoi Five elements, il sempre elettrizzante Dhafer Youssef, ma anche – giusto per parlare anche delle performance del mattino e del pomeriggio – l’esibizione a Ploaghe di Gegè Munari, decano dei batteristi jazz italiani, e quella a Telti, nella chiesa di San Bachisio, con il recente progetto Blackline del chitarrista Francesco Diodati affiancato dalla voce versatile e le tastiere di Leila Martial e dal groove di Stefano Tamborrino.

Ma il festival – settemila presenze soltanto nei quattro concerti a pagamento, alle quali vanno ovviamente sommate quelle di “contorno” – era iniziato alla grande con la deliziosa anteprima di Sassari, il 7 agosto, dove sul palco allestito in piazza Santa Caterina aveva cantato Greta Panettieri proponendo il suo progetto con alcune delle storiche canzoni rese celebri da Mina.

Un capitolo a parte merita il riuscito esperimento dopofestival denominato “Time is Over”, a cura del trombonista Gianluca Petrella, che a Berchidda è ormai di casa. Reduce dalla tournée con Jovanotti, Petrella ha confezionato una serie di serate a conclusione dei concerti principali, con protagonisti deejay, producer e musicisti. Una necessaria coda ai live di piazza del Popolo, che andrà assolutamente coltivata, anche per richiamare alla rassegna un pubblico giovanile e orientato sulle più sperimentali e innovative forme di jazz. Roba come quella offerta da Tommaso Cappellato, capace di spaziare dalla free-form techno alle produzioni hip hop e all'improvvisazione jazz, con il suo progetto solista “Aforemention”. O come quella
proposta da dj Gruff (voce e giradisco) insieme allo stesso Petrella. Rap e scratch che per una sera si sono incontrati con le note e l’improvvisazione, il beat, l’elettronica e la rime in un prezioso e imperdibile mix chi sta dietro la consolle e chi ha in mano un strumento.



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