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Il Palio e la Contrada Sardegna: storia di un amore

Gingillo festeggiato dai contradaioli della Lupa dopo la vittoria del 16 agosto

Intervista a Paolo Francalacci toscano che insegna Genetica delle popolazioni all'università di Sassari

SASSARI. Il Palio di Siena e i sardi, questione di dna? Perché non approfondire. O meglio, perché non provare a raccontare l’evidente legame fra l’Isola, i suoi cavalli i suoi fantini e il Palio, affidandosi all’autorevole voce di un genetista dell’Università di Sassari, il professor Paolo Francalacci, che in curriculum però ha un skill in più, determinante nello specifico: è un contradaiolo, profondo conoscitore dei meccanismi e dei segreti della straordinaria giostra – sia inteso nel senso più poetico del termine – senese.

«Sono nato in provincia di Livorno. All’età di 13 anni, al Liceo, in classe con me c’era il figlio d’un bancario. Siamo diventati amici. Era di Siena, della contrada dell’Oca. Oggi sono ocaiolo battezzato dal governatore. Puoi cambiare squadra del cuore, ma mai contrada». Si capisce che la fonte è attendibile, perché pesca a fondo nelle ribollenti falde di una tradizione che ancora affascina e cattura raccontandosi in diretta tv sugli schermi d’Italia.

Francalacci rivive il Palio dell’Assunta, corso appena il 16 agosto, con l’emozione e la meticolosa precisione di chi la materia la sente scorrere come lava sotto pelle. L’Oca – la contrada del professor Francalacci – è quella che ha vinto più volte in assoluto (65) ma a questo giro non ha partecipato. Nota a margine: il cavallo si sorteggia, il fantino è invece oggetto di mercato, ha un suo portafogli per stipulare accordi sin sulla linea di partenza e può tradire i suoi colori...come un top player del calcio. A vincere, “di rincorsa”, stavolta è stata la contrada della Lupa con Gingillo – il fantino sardo di seconda generazione Giuseppe Zedde – a montare Porto Alabe, cavallo sardo fra i più quotati del Palio: rarissimo vincere di rincorsa, l’ultima volta accadde 12 anni e 24 palii fa.

Un fantino di sangue sardo, un mezzo sangue sardo, una contrada senese e la vittoria del Palio d’agosto 2018: coincidenze reiterate che raccontano la storia. «Fra il Palio di Siena e la terra sarda c’è effettivamente un grande amore – sorride Francalacci –. Il Palio da due tre generazioni guarda con interesse alla passione per i cavalli che si coltiva in Sardegna, alle qualità degli anglo arabi sardi e al talento dei fantini isolani. Dal dopoguerra la prevalenza dei fantini sardi è più marcata. Nell’ultima edizione hanno corso in 7, in generale dal 2000 in poi sono più del 50%. Il 30% circa sono toscani, della Maremma, viterbesi. Il resto? Mi ricordo un argentino, ma gli stranieri sono più eccezione che regola. Prima della guerra ci fu un africano, sudamericani di origine italiana, forse qualche francese e spagnolo. C’è stata anche un donna. I sardi oggi sono la presenza più forte. Zedde è figlio di un noto fantino sardo, anche se è nato a Siena e parla senese».

C’è poi da sfatare un piccolo grande mito che vuole i fantini versione mignon e i sardi di bassa statura ideali interpreti del ruolo: «I sardi sono molto bravi con i cavalli, e la loro statura più bassa ella media nazionale – spiega –. Ma il Palio non è una corsa normale. A Siena si corre a pelo, servono equilibrio e grandissima forza nelle gambe. Spesso ci si ritrova davanti a fantini di altezza e peso normali con gambe molto robuste pronte alla battaglia». Come fa un giovane fantino sardo ad arrivare a Siena? «Il Palio è unico per continuità storica. Ci sono però altre riproposizioni più piccole, in cui ci si può mettere in evidenza. Ciò in aggiunta alle gare, alla bravura dimostrata da chi fa attività di allevamento o maneggio. Chi è bravo viene fuori». Il rispetto che si deve al migliore della piazza, l’orgoglio dato dallo stendardo: anche in questo caso c’è qualcosa di molto simile allo spirito sardo, alimentato dall’orgoglio made in Sardegna. Quel che conta è vincere – in barba a De Coubertin – non partecipare. O quantomeno importante è che non vinca la contrada rivale. Perché chi vince è la contrada, né il fantino né il cavallo. La strategia è fondamentale, si gioca una partita a scacchi. Nel mezzo si sviluppano trame fittissime, fra tradimenti, accordi tra fantini, squalifiche e colpi proibiti.

«I fantini sono considerati dei mercenari, ma in realtà sono professionisti pagati per lavorare e il tradimento a far parte del gioco. Arrivare secondi non piace a nessuno. Ma guai se a vincere è la contrada rivale. Penso alle tante volte in cui l’Oca ha ostacolato la Torre, e viceversa. Aceto, altro sardo illustre, per me e per noi dell’Oca è un mito. Negli anni ’70 e ’80 era stipendiato dalla contrada anche quando non correva o, magari, veniva piazzato per strategia ad una contrada amica, vedi l’Aquila. Memorabile il suo duello a colpi di frustino e non solo con Bastiano. Ma con il tempo le cose sono cambiate, i fantini come detto sono diventati liberi professionisti: pensate che Aceto sul finire della carriera ha corso per la Torre».

Il Palio è questo, ma anche di più: «C’era don Bani, storico personaggio ormai scomparso della mia contrada: non aveva nessuna pietà verbale, nonostante l’abito talare, per i fantini che tradivano l’Oca. Di più: nel 1961 io avevo due anni e la Torre vinceva il Palio. I contradaioli presero 41 oche, le spennarono e liberarono in piazza del Campo: Bani lanciò loro un anatema dicendo che per 41 anni non avrebbero più vinto. Così è stato. Potenza del Palio». Pagina Successiva: 1>>