Da Noragugume alla sabbia della “carriera”

Vescovado di Murlo è nel cuore delle Crete senesi. Queste valli tra Asciano, Murlo e Siena sono un’enclave sarda: venti minuti più in là, oltre i campi e gli allevamenti, c’è il Campo. A Vescovado di...

Vescovado di Murlo è nel cuore delle Crete senesi. Queste valli tra Asciano, Murlo e Siena sono un’enclave sarda: venti minuti più in là, oltre i campi e gli allevamenti, c’è il Campo. A Vescovado di Murlo, Antonio Zedde “Valente”, è questo il nome dato dai senesi al padre del re del palio dell’Assunta Giuseppe “Gingillo” Zedde, Antonio “Su Balente” era arrivato nel 1967 da Noragugume. Alla Nuova Sardegna aveva raccontato, alcuni anni fa, che ci era andato «convinto da un macellaio che aveva corso 40 volte il palio ma non lo aveva mai vinto». E rideva, Su Balente padre di Gingillo, perché lui, Antonio, per due volte (la prima, al Palio dell'Assunta, nel 1972 con Orbello per l'Onda, poi nel 1976 nella corsa di luglio, con Quebel per la Chiocciola) era arrivato primo nella corsa dove tutti gli altri piazzamenti sono noia. Moglie, Giovanna Fois, di Noragugume anche lei, figli nati nella terra del Palio: Giuseppe Gingillo e Virginio, “Lo Zedde”: anche lui fantino di grandissimo spessore, il cursus honorum scritto nel dna di famiglia. Cavalli, cavalli, e ancora e sempre palio. Nella casa di Vescovado di Murlo, una specie di museo del Palio tra coppe e foto. «Siamo nati qui, ci considerano comunque sardi», il destino dei due fantini in un ambiente dove la storia la fanno i sardi. Sardi i cavalli, in gran parte, sardi molti dei fantini che vincono. Gli Zedde sono tra questi, Giuseppe è il filo di una eredità che negli anni si è consolidata e sfida fatiche, emozioni. Raccontavano, “Gingillo” e “Lo Zedde” che «La prima volta entri lì dentro e ti investe questa marea di persone. Il boato è incredibile. E poi c'è quel silenzio, quel silenzio assurdo di quando arriva la busta con l'ordine ai canapi...». E la paura: «Non puoi non averne, è impossibile. Certo, si è dei professionisti, ti concentri su quello che devi fare, su chi ti è vicino, bisogna vedere chi ti capita». E se il padre Antonio andava al Campo con quella postura che gli era valsa non a caso il soprannome, “Su Balente” di cui l’italianizzato “Valente” non rende minimamente il senso, quando si trattava dei figli era tutta un’altra musica. «Io, ho paura. Non li guardo, nemmeno in televisione. Scappo», aveva ammesso. Il silenzio e le urla, gli zoccoli e la polvere. I cavalli e gli uomini, un destino non scritto e una passione che non si è mai affievolita e anzi si coltiva e si trasmette da generazioni. Giuseppe e Virgiinio, da Noragugume a Siena, cresciuti a pane e cavalli e la ricerca di cosa, gloria? Forse senza scelta, una strada segnata ma accolta da questi giovani che sentono il filo tenace di una continuità e di un racconto che scrivono
anche loro. Arrivati alla “carriera”, così si chiama la corsa, per destino e bravura, nel Campo dove si concentrano gli occhi del mondo e tutto sembra compiersi nei tre giri, un minuto e mezzo da lasciare in eredità alla storia e alle prossime generazioni. ( simonetta selloni)

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