Mieli: «Vi svelo i due volti del bolscevismo»

Il giornalista e storico stasera sarà ad Alghero per presentare il suo nuovo saggio, “La storia del comunismo in 50 ritratti”

Dalla Rivoluzione d’ottobre alla caduta del Muro di Berlino, passando per Lenin, la presa del potere di Stalin, il terrore, la guerra fredda, il rapporto tra l’Urss e l’Italia e, naturalmente, la perestroijka di Gorbacëv. Il saggio del giornalista e storico Paolo Mieli che racconta la storia del comunismo segue un’immensa letteratura sull’argomento e non sarà certamente l’ultimo. Ma è il primo svelare le dinamiche dell’ideologia che ha caratterizzato il Novecento attraverso il ritratto di cinquanta dei protagonisti di quella grande e controversa avventura. Un volume gustosissimo accompagnato peraltro dalle illustrazioni di Ivan Canu, talento algherese affermato a livello internazionale. L’autore del testo e il disegnatore saranno entrambi ospiti stasera alle 22 della libreria Cyrano, ad Alghero, per presentare appunto “La storia del comunismo in cinquanta ritratti”, edito da Centuria.

Mieli, dopo aver scritto questo libro che cosa ha capito del comunismo che già non sapesse?

«Una cosa di fondo: che i comunismi furono due e non sempre coincidenti. Uno è il comunismo delle intenzioni, cioè il modo in cui tante persone hanno aderito al quel movimento animate da idee di giustizia sociale. L’altro è il comunismo delle realizzazioni, sistema che ovunque si sia realizzato – forse con l’eccezione del Kerala, in India – ha sortito regimi concentrazionari che hanno prodotto molti molti più morti di quelli provocati dal nazi-fascismo. Ovviamente chi si è identificato nel primo stenta a riconoscere il secondo, ma questo è un dato di fatto e gli storici si occupano dei fatti».

Giovanni Paolo II scrisse che il comunismo è stato «un male quasi necessario».

«Molti, anche filosofi, hanno usato come porta d’ingresso per esaminare il comunismo appunto il comunismo delle intenzioni. Però se uno riflette sull’altra categoria di cui parlavo non può arrivare a queste conclusioni. I regimi totalitari li dobbiamo esaminare per i loro effetti».

I comunisti italiani dove sono finiti?

«I comunisti italiani hanno avuto tutti la straordinaria occasione di passare tutti per comunisti delle intenzioni; loro con il comunismo delle realizzazioni non avevano avuto nulla a che fare. Ma questo non ha impedito ai loro avversari politici, Berlusconi in primis, di usare il Pci come fantasma. Gli bastava dare del comunista anche a chi comunista non era o non era più per prendere valanghe di voti».

In Italia c’è mai stato un rischio concreto di una rivoluzione di tipo bolscevico, per esempio nel Biennio rosso o dopo l’attentato a Togliatti?

«Non credo che in Italia si sia mai corso quel rischio, sicuramente non nel Biennio rosso, perché erano troppo disorganizzati. Forse dopo la Resistenza, ma paradossalmente fu proprio Togliatti a fermare tutto».

Con quale criterio ha scelto i cinquanta personaggi?

«Potevano essere cinquemila, chiaro. Io li ho scelti tra i dirigenti più importanti ma anche tra le figure che sotto il profilo politico sono apparentemente meno significative e invece un significato ce l’hanno».

Il regista Sergej Eisenstein e il poeta Vladimir Majakovskij, ad esempio.

«Erano entrambi comunisti delle intenzioni che si trovarono per la sorte ad avere a che fare con il comunismo realizzato. E quindi il loro destino fu il più tragico».

Guttuso, poi.

«È l’autore del quadro “I funerali di Togliatti”, al quale mi ero ispirato per la pièce teatrale “Era d’ottobre”, che poi ha dato origine a questo libro. Da quel dipinto del 1972 ho preso spunto nel tentativo di spiegare, quantomeno per ipotesi, perché alcuni dei grandi protagonisti della storia del comunismo mondiale, come Lenin, Stalin, Togliatti, Dolores Ibarruri e Ho chi Minh, venivano rappresentati nell’opera, mentre altri come Trotzkij, Krusciov, Mao, Fidel Castro, Che Guevara, Solgenitsin e Dubcek non lo erano. In definitiva appaiono gli ortodossi, ma mancano tutti quelli che denunciarono in qualche modo le storture del sistema sovietico».

Parliamo di Gramsci e di Berlinguer.

«Gramsci è stato un dirigente molto importante che aveva capito per tempo e si era staccato dal tronco del comunismo delle realizzazioni. Capì e dal carcere seppe prendere le distanze, anche se nel dopoguerra la pubblicazione delle sue opere fu oggetto di una manipolazione e fu presentato come un padre dell’ortodossia. Anche Berlinguer ha avuto il merito di prendere le distanze da un certo comunismo, anche se in sede storiografica non si può non tener conto di certi eufemismi che usò nei confronti del regime sovietico. Avrebbe potuto essere più coraggioso. Tuttavia io credo che comunque non sia un caso che la Sardegna abbia espresso gli unici due leader comunisti che hanno aperto la porta della critica all’ortodossia».

Gorbacëv: meriti e limiti.

«Io di Gorbacëv vedo soltanto meriti, e non solo per la mia personale amicizia con lui. Certo, se fosse arrivato cinquant’anni prima allora la storia sarebbe
potuta davvero andare in modo diverso. Ma non è un limite che gli si può imputare. Qualcuno potrebbe dire che le sue riforme liberali sono state fatte quando ormai erano inutili, ma a uno che provoca la crisi di un sistema come quello sovietico io non mi sento di rimproverargli nulla».

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