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PaoloVirzì racconta gli italiani d’Agosto

Isola di Ventotene, estate 1995, anno primo dell’era berlusconiana. Anche per via del sistema maggioritario, l’Italia è politicamente bipolare. Fatto sta che due gruppi di vacanzieri diametralmente...

Isola di Ventotene, estate 1995, anno primo dell’era berlusconiana. Anche per via del sistema maggioritario, l’Italia è politicamente bipolare. Fatto sta che due gruppi di vacanzieri diametralmente opposti si ritrovano a passare le vacanze in villette confinanti. È scontro immediato, manco a dirlo. Lo scenario, almeno apparentemente, vede da una parte coatti e qualunquisti e dall’altra una sorta gauche in cashmere e alternativi. I primi, commercianti, usano ad alta voce i telefonini e non si perdono nemmeno un programma della tivù spazzatura. I secondi, più sull’intellettuale, suonano alla chitarra canzoni rivoluzionarie, praticano il nudismo e talvolta ci scappa anche una canna. È in estrema sintesi l’ambientazione di “Ferie d’agosto”, pluripremiato film di Paolo Virzì, che domenica prossima sarà all’Asinara ospite del festival “Pensieri e parole”. «In realtà – precisa lo stesso regista livornese – il tentativo della pellicola fu da un lato quello di provare empatia nei confronti di coloro che sentivamo come diversi, esercitando anche una critica ma con umanità e compassione, e dall’altro lato quello di rivolgere una certa ironia verso quelli che invece sentivamo più vicini a noi».

Virzì, ma se avesse dovuto scrivere oggi la sceneggiatura di “Ferie d’agosto” quali fazioni avrebbe messo in campo?

«A questa domanda preferisco non rispondere: è un tema che mi sta molto a cuore e sul quale sto lavorando».

Ci sta lavorando? È una notizia.

«Non rivelo nulla».

Va bene, ma quel film per certi versi è ancora attuale. Ad esempio, qualcuno spara contro un “vu cumprà” e la cosa viene fatta passare come una bravata. Sembra quanto è successo qualche giorno fa, non trova?

«Eh, questi siamo noi italiani. Non so se ci sia un’emergenza razzismo, ma certamente in questo nostro Paese non siamo abituati a vedere persone di origine extranazionale con incarichi dirigenziali o professionali. Da noi l’uomo nero fa ancora paura, forse perché non lo conosciamo. È frutto della nostra ignoranza e non siamo attrezzati rispetto al mondo che sta cambiando».

Sui social non vengono risparmiate neanche le bravissime atlete italiane di colore.

«Bisognerebbe non dare risalto a certe idiozie che ora si scrivono sui social e prima venivano pronunciate al bar senza nessuna eco. Simili bassezze vanno ignorate».

Cosa può anticipare del suo ultimo film “Notti magiche”?

«Lo presenterò al festival di Roma e uscirà nelle sale a novembre. È la storia dell’avventura romana di tre giovani aspiranti sceneggiatori che passano una notte al comando dei carabinieri perché sospettati di omicidio di un grande produttore cinematografico trovato morto nel Tevere la notte della semifinale Italia-Argentina, ai Mondiali del 1990. Diciamo che è un omaggio affettuoso e canzonatorio all’ultima stagione gloriosa del cinema italiano».

Che rapporto ha con Roma?

«È diventata ormai da trentatré anni la mia città. L’ho vista cambiare in meglio, in peggio, di nuovo in meglio e ultimamente molto molto in peggio. Ma la amo, mi piace quella sua tolleranza basata sull’indifferenza».

La sua Livorno è diventata a Cinque Stelle. Sorpreso?

«Un po’ sì, perché a Livorno i grillini non erano molto forti, ma al ballottaggio tutti si coalizzarono contro il candidato delle sinistre. Un voto di protesta, non è che i livornesi s’innamorarono del progetto politico del nuovo sindaco».

Parliamo di “Ella & John”, il suo film americano per il quale riceverà all’Asinara il premio del concorso “Isole del cinema”.

«Mi hanno proposto l’adattamento del romanzo “The Leisure Seeker” e l’idea mi è piaciuta: due malati terminali che fanno il loro ultimo viaggio, è un road movie. Pensavo che la sceneggiatura sarebbe rimasta lì nel cassetto e invece abbiamo trovato dei produttori e persino attori come Helen Mirren e Donald Sutherland. Per me è stata un’avventura molto divertente e istruttiva».

Caso Weinstein. Che ne pensa?

«Sull’aspirazione delle donne a migliorare la propria vita guardo con speranza, ma temo il puritanesimo degli Stati Uniti. La gogna non aiuta a fare passi avanti, che invece sono indispensabili. Le donne, e qui parlo dell’Italia, devono poter raggiungere ruoli importanti e dirigenziali. Più che sul linciaggio quotidiano di produttori o registi metterei l’accento su questo punto».