Suoni, parole e note Il deserto si anima

Bisognava esserci sotto il vulcano dormiente di Cuccuruddu, nell’aia di Cheremule che profumava di fieno disseccato nel Parco dei Petroglifi a Museddu. Sotto Ferragosto, con un cielo di stelle...

Bisognava esserci sotto il vulcano dormiente di Cuccuruddu, nell’aia di Cheremule che profumava di fieno disseccato nel Parco dei Petroglifi a Museddu. Sotto Ferragosto, con un cielo di stelle cadenti, davanti alle case delle janas concesse in usufrutto alle nostre trisnonne, echeggiavano i ritmi di una delle formazioni più popolari, la Fanfaraï Big Band, maghi del jazz e del soul nordafricano. Dicono no ai muri, legano le culture alla musica, il Magreb col mondo, con l’organetto diatonico di Vanni Masala e le launeddas di Andrea Pisu con sonorità sarde Fantafolk. Coreografia di ombrelli bianchi rischiarati da lampade led, processione con tamburi e sax, chitarre o qualcosa di simile, tre ore di note fra terra e cielo, applausi. Quanta gente? Otto file di sedie per oltre cento metri, più di uno stadio, gente in piedi, seduta sulle spighe scapocchiate dai tagliaerba, sui sassi affioranti attorno ai petroglifi, sui resti di tancas serradas a muru. Più di mille. Folla da Candelieri e Sant’Efisio. Il 70 per cento turisti d’Oltralpe. Col sindaco che più gaia non si può. Dice Antonella Chessa, fresca di fascia tricolore e neuropsichiatra: «Vorrei che queste persone venissero anche di giorno per ammirare un museo che ha cinquemila anni di storia, ma non può essere un piccolo Comune o una Associazione di volontari a creare questa svolta, né a Cheremule né negli altri paesi sardi ricchi d’arte. Il concerto è stato interamente pagato da noi, neanche un euro dalla Regione o da altri. Ma la cultura è la ricetta contro il vuoto demografico». È stata un’estate di concerti antispopolamento in tutta l’Isola. Lo è stato con Dromos a San Vero Milis e Fordongianus, a San Giovanni di Sinis e a Bauladu, a Nureci con Mamma Blues, a Villaverde con Gavino Murgia nel bosco di Mitza Margiani con Nguyèn Le e i Dream Weavers. Cultura musica teatro poesia. Nel Sulcis, nel Parteolla, in Gallura, ad Armungia e ad Aggius.

Vita nelle piazze

Per non parlare di un’estate ogliastrina che, in paesi che si spopolano a ritmi vertiginosi, crea un contrappasso coinvolgente richiamando spettatori a frotte. Portando vita in strade e piazze deserte tutti i giorni dell’anno. L’Ogliastra ha dedicato al turismo una Pastorale (quarta edizione) col vescovo di Lanusei Antonello Mura che assegna il primo premio nazionale “Persona fraterna” a Pietro Bartolo, il medico salvamigranti di Lampedusa. Nella chiesa di Santa Susanna, nel villaggio di Osini abbandonato dopo l’alluvione del 1951, Caterina Murino (che sotto questi tacchi di calcare ha avuto il suo dna) legge Canne al Vento, “Efix e le Pintor” con «Zuannantò, Stanno bene le mie dame?». Regìa di Rita Atzeri, Gisella Vacca propone pagine di Francesco Masala e intona Su perdonu, Manuela Ragusa “O babbu soberanu”, Alessandra Leo canta un “Libera me domine” più salvifico che funebre. Vestite di nero, in una chiesa senza fantasmi, sembrano coefore, sacerdotesse nuragiche trasferite dal Pantheon di Atene al Partenone di Monte Corongiu. È l’Ogliastra silenziosa con le Gialapa’s e Max Paiella a Jerzu. È l’Ogliastra del festival 7sere7piazze7libri di Perdasdefogu (mille abitanti persi in vent’anni). Vito Mancuso, sotto l’albero della vita della chiesa preromanica di San Sebastiano, evoca “la libertà di pensiero” in una stagione di pensieri unici ovunque dominanti ma invoca anche il diritto alla “spensieratezza”. Marc Lazar ragiona su populismi e democrature, lo ascoltano in settecento, il villaggio si popola di gente e di idee. Sergio Rizzo dialoga con sei sindaci e visitatori giunti da Sassari, Alghero, Oristano, Carbonia, Lanusei. Universitari di Trento e Aix en Provence visitano la Stazione dell’arte di Maria Lai. I paesi del silenzio – tra opere d’arte e parchi – diventano d’estate paesi del dialogo. Ma per poche ore, per lo spazio di un concerto.

Il vuoto invernale

Poi torna il vuoto. Saccargia e Museddu possono vivere un giorno all’anno? Si invoca una creatività più estesa. Con un’accoglienza direttamente proporzionale ai gioielli
d’arte, ai nuraghi, alle chiese romaniche, ai laghi del Tirso, del Flumendosa, del Coghinas. Il turismo 4.0 ha bisogno di metodo economico diffuso e non di metri cubi in aeternum. Il turismo edilizio deve diventare turismo artistico. Ma la cultura non emerge nell’agenda di Ichnusa.

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