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L’INTERVISTA»PAOLO CREPET

Padri e madri che hanno abdicato al loro ruolo di educatori, generando nel corso degli ultimi trent’anni non una gioventù matura e con la testa sulle spalle, ma al contrario fatta in gran parte di...

Padri e madri che hanno abdicato al loro ruolo di educatori, generando nel corso degli ultimi trent’anni non una gioventù matura e con la testa sulle spalle, ma al contrario fatta in gran parte di bamboccioni incapaci di costruirsi un futuro. E di conseguenza anche una nuova classe dirigente totalmente inadeguata, addirittura rea con i propri slogan di distruggere l’élite, cioè la fetta migliore della società. Per non parlare di scuola e università, «un fallimento totale». Non usa giri di parole lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet per descrivere l’Italia di oggi, che definisce sarcasticamente «la Repubblica dello spritz», con un chiaro riferimento all’aperitivo a base di prosecco, bitter e seltz, ora tanto di moda. Tutti argomenti che il celebre professore dai mille maglioncini color pastello sviluppa nelle sue conferenze e nel suo ultimo saggio dal titolo “Il coraggio. Vivere, educare, amare” (Mondadori), dove la denuncia è chiarissima: «Il coraggio, così come la forza d’animo che vi è intrinsecamente connaturata, stanno diventando sempre più un’astrazione virtuale, svuotata di senso, per uomini e donne che vagano senza bussola, giovani accecati dal presente e vecchi incartapecoriti nel ricordo». Concetti che ripeterà anche martedì prossimo 28 agosto a Castelsardo, dalle 22 nelle terrazze del castello dei Doria.

Professor Crepet, perché ha avuto l’urgenza di scrivere un libro sul coraggio?

«Io scrivo sulle cose che mancano e il coraggio non mi pare esista più. Ciò che vedo in giro oggi mi sembra una copia scolorita di quello che ho conosciuto io: mi spiace per chi abita questi tempi, perché quando c’era il coraggio si stava molto meglio».

Va bene, ma a suo avviso come si manifesta questa assenza di coraggio?

«Chiedo scusa, ma il reddito di cittadinanza, ad esempio, si può considerare un provvedimento coraggioso? No, è proprio l’abbattimento della passione del coraggio: noi pagheremo i nostri ragazzi per fare un accidenti di niente. Pazzesco. Poi c’è la scuola, per carità».

Che problemi ha la scuola?

«Beh, una scuola che promuove tutti è una scuola fallita. Lo ripeto sempre e poi regolarmente i presidi s’incazzano con me. Ma non m’interessa, io parlo alla parte residuale e sana del Paese. E anche la nostra università è allo sfascio, tranne pochissime eccellenze. Basta vedere i concorsi».

Prego, faccia a pezzi i concorsi.

«Vogliamo ritrovare il coraggio? Perfetto, eliminiamo i concorsi, facciamo come le squadre di calcio: ognuno si prende il migliore che c’è».

Un mercato dei docenti?

«Esatto, un mercato libero dei professori. Poi naturalmente lo Stato deve dare fondi premio agli atenei migliori e pochissimi soldi a quelli peggiori».

Una proposta indubbiamente coraggiosa, ma parliamo di genitori e figli. Perché per lei è così importante dire di no?

«Non abbiamo più figli, ma piccoli Buddha a cui siamo devoti, per cui possono, anzi devono fare tutto quello che vogliono. Se l’Italia è fondata sullo spritz e sugli istituti a pagamento dove basta respirare che ti promuovono, nessuno poi si lamenti del fatto che la classe dirigente che abbiamo è di bassissimo livello. Il problema è che non esiste il merito. L’intelligenza non è un bene che arriva con il Dna, è il risultato di un processo di acquisizione del sapere».

Sta dicendo che i giovani non sono più abituati a conquistarsi nulla?

«Tranne qualche eccezione sono degli sfigati. Gli manca la capacità d’intraprendere, la curiosità, l’umiltà, la voglia di fare, l’autostima».

Non può essere colpa loro.

«Certo, la colpa è dei genitori che si sono trasformati in camerieri: ti preparo lo zainetto quando hai sei anni, ti porto a scuola, ti vengo a riprendere, se prendi un 4 faccio il sindacalista con i docenti e quel quattro diventa un 6-. Ma abbiamo fatto ben di peggio: questa estate a Ponza ho visto dei genitori romani fare una lettera di liberatoria per consentire ai figli quattordicenni di poter consumare alcolici al bar ed entrare nei locali notturni. Incredibile. Moltiplichiamo questo per 60 milioni di italiani e otteniamo un disastro».

Ma perché i genitori sono diventati così rispetto ai nostri padri e ai nostri nonni?

«Perché ora il comandamento è “non faticare”. E poi perché adesso i genitori vogliono essere sempre più giovani: il massimo della vita è avere sessant’anni, indossare i jeans strappati e girare con l’Harley-Davidson».

Risultato finale: gli sdraiati, per dirla come Michele Serra.

«Stimo Serra, ma il problema è che lui non si è accorto che quel figlio che sta sul divano lo ha cresciuto lui. Presto saremo sovrastati da altre civiltà, siamo a fine impero, come nell’antica Roma. Il mondo va avanti con selezioni darwiniane».

Intanto sta passando il messaggio che “uno vale uno”.

«Uno vale uno è modo furbetto per dire che chi non ha fatto niente vale quanto uno che ha fatto tanto. E questo è insopportabile. Io rispetto al vicepremier Di Maio sono più bravo perché a trentun anni avevo due lauree e stavo per specializzarmi all’estero, mentre lui che cos’ha fatto? Non siamo uguali. Abbiamo la stessa libertà di votare, naturalmente, e lotterò perché lui la mantenga. Ma io non prendo Renzo Piano e lo faccio diventare come l’ultimo dei geometri di provincia. La verità è che noi abbiamo bombardato l’élite. Soltanto che l’élite non è il banchiere di Francoforte, bensì il ristoratore che fa il miglior pesce in Sardegna. E quel ristoratore non può essere considerato uguale a tutti gli altri».