«Nella voce di Tucconi l’identità della Sardegna»

Il grande cantadore di Bitti nel ricordo di intellettuali, scrittori e musicisti  “Como bi semusu”: un patrimonio di cultura portato nel mondo con orgoglio

BITTI. «Adesso è insieme a Battore Bandinu e a Piero Sanna e stanno cantando insieme come ai bei tempi andati». Ricordando anche gli altri due componenti del gruppo scomparsi, è questo il commento commosso a Bitti all’indomani dei funerali di Tancredi Tucconi dei Tenores di Remunnu ’e Locu, scomparso martedì all’età di 87 anni.

Tante le personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo che hanno voluto commentare la sua scomparsa. «Ricordo una conversazione nella sua barberia, quando il gruppo iniziava a passare da fenomeno paesano a una ben più vasta dimensione – ricorda lo scrittore Natalino Piras –. Raccontava delle esperienze in Italia, in Europa e oltre, a cantare un repertorio che vale come poesia e come storia. “Sa lilla, sa viola, su giranu” di Cimino, incantava anche nella città di Bagdad, dove da poco erano stati. Erano ancora da venire gli orrori delle guerre che hanno devastato l’Iraq e dicevanO di pace le canzoni di Remunnu ‘e Locu, poeta analfabeta, la sua utopia di “acher frigura” nel vasto mondo. Cadone, il vicinato de sos remitanos, era centro di elaborazione delle voci e del canto, le parole come luce, come proseguimento della luce. Là dove adesso, nella sua fama di cantore, sta Tancredi».

Per l’antropologo Bachisio Bandinu «tutto nei Tenores Remunnu ’e Locu era singolare, a partire dai diversi mestieri: un artigiano, un pastore, un barbiere, un calzolaio. Rappresentavano la comunità. E’ qualcosa di meraviglioso che, pur essendo nati lontani dal mondo della tecnica mediatica, abbiano saputo capirne i segreti, usarne gli strumenti. Il loro è stato un percorso di miglioramento graduale, nel tempo. E’ sorprendente che ciò sia avvenuto dopo una presa di coscienza, quindi non per caso. Il salto dal locale al globale c’è stato per autocoscienza, in seguito ad un ragionamento, un’analisi. Questo è il talento, che li ha portati poi a poter dire un giorno “como bi semusu”, adesso ci siamo. Di Tancredi affascinava la postura del corpo, la schiena diritta, lo sguardo in linea retta, verso un punto indefinito. Guardandolo capivi che erano le orecchie che lavoravano, la tensione verso l’ascolto per arrivare alla chiusura del fatidico “cerchio”, figura perfetta».

Il tecnico del suono Alberto Erre, esperto fonico, non ha dubbi. «Quando “sa contra” era Tancredi Tucconi e “su bassu” Battore Pante Bandinu, l’impatto sonoro era pazzesco, e con le voci di Daniele Cossellu e Piero Sanna toccavano livelli di perfezione mai sentiti nel canto a tenore. Anche con un solo microfono riuscivamo a raggiungere quella rotondità naturale, che a volte si ottiene solo con artifizi elettronici. Mi posizionavo al centro e rimanevo esterrefatto. Tancredi poi era molto simpatico. Un giorno all’Avana, a Cuba, si presentò con una bottiglia di acquavite sarda e gli chiesi come diavolo avesse fatto a portarla in aereo. “Non preoccuparti – mi rispose –, l’ho nascosta dentro uno dei campanacci dei mamuthones».

Ai funerali di Tucconi erano presenti anche i giornalisti Giacomo Serreli e Ottavio Nieddu. «Ho avuto modo di apprezzare Tucconi seguendo i Tenores di Bitti all’estero, ospiti del Womad a Caceres in Spagna o di Reading in Inghilterra o dell’Expo a Lisbona – ricorda Serreli –. Ha fatto della compostezza, direi quasi dell’eleganza, della misura i tratti del suo stare sul palco. La disponibilità, la gentilezza e la sottile ironia erano elementi di una grande personalità». Per Nieddu l’immagine che più rispecchiava l’anima di Tucconi «era quella di un “gigante buono”, sempre discreto quasi a voler contrastare la forza della sua caratteristica “contra”. Le innumerevoli occasioni che in tanti anni di attività ci hanno fatto incontrare mi hanno offerto il piacere di una amicizia sincera e di un ascolto privilegiato del canto della nostra tradizione musicale, espresso, anche grazie alla sua ineguagliabile voce, nel modo più bello».

Messaggi e commenti sono giunti anche dagli altri gruppi a tenore dell’isola. «Per noi ziu Tancredi è la storia, iniziata in tempi molto diversi da oggi – dice Piero Pala del Cuncordu e Tenore di Orosei –. Ricordo la sua fierezza, il suo orgoglio, il suo non tirarsi mai indietro. È stato e sarà lustro per la nostra terra, un maestro, un sardo fiero di esserlo». E Peppino Cidda, del gruppo a tenore S’Arvurinu di Orune, aggiunge: «Tancredi era una persona che nei nostri paesi si definisce con una parola: un homine. A lui il canto a tenore deve tanto, non solo per come l’ha fatto conoscere, ma anche perché ne è stato un interprete sublime e per tanti un modello da imitare».

Anche i componenti dei Tazenda hanno voluto ricordare l’amico scomparso. «Europa, Asia, America, a tre Continenti le abbiamo suonate e cantate insieme – commenta Gino Marielli –. Tancredi era il Ringo Starr della Barbagia, il più simpatico, allegro e divertito, nel nostro gergo direi che era il più rock. Mi ricordava mio nonno per il suo bellissimo profilo scolpito, quasi di legno. Tra i tanti ricordi uno testimonia furbizia da professionista immenso. Un giorno gli chiesi come facevano a cantare per cinque minuti in una tonalità e improvvisamente scendere di un tono e mezzo senza nemmeno sbirciarsi, per poi risalire sempre senza nessuno sguardo. Tancredi rise e ci svelò il segreto. Niente giri da contare o partiture a memoria: “Devi essere un po’ “margiane”, stai attento al bicchiere che tengo in mano e vedrai che lo sposto di un millimetro in basso o in alto. Quello è il segnale”. La sua “contra”, poi, era così “appiccicata” alle altre voci che sembrava un power chord di chitarra elettrica. Inimitabile. È passato leggero su questa terra, ma ha lasciato un segno pesante».

Ai funerali era presente anche il sindaco di Bitti,
Giuseppe Ciccolini. «Tancredi – dice – era amico di tutti. Una grande umanità lo ha portato a condividere la sua malattia, che non ha mai nascosto. E’ stato per decenni ambasciatore della Sardegna nel mondo, del canto a tenore e della comunità di Bitti, a cui è rimasto sempre legato».

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