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Salvatore Mereu: «Io e Gavino Ledda insieme sul set»

Salvatore Mereu: «Io e Gavino Ledda insieme sul set»

Set bagnato (a Foresta Burgos), set fortunato. È il mantra scaramantico delle troupe in queste occasioni, quando il maltempo rischia di condizionare il piano di lavorazione

Set bagnato, set fortunato. È il mantra scaramantico delle troupe in queste occasioni, quando il maltempo rischia di condizionare il piano di lavorazione. Gli improvvisi cambi di umore del cielo dell’ultima settimana, con l’arrivo costante di pioggia e fulmini nel pomeriggio, hanno accolto i primi giorni di riprese del nuovo film di Salvatore Mereu: “Assandira”. Location principale Foresta Burgos. Qui è stato ricostruito l’agriturismo dove si svolge la maggior parte dell’azione del film basato sull’omonimo romanzo di Giulio Angioni. Una trasposizione alla quale il regista pensava da tempo, un progetto dalla lunga gestazione che è finalmente partito con il marchio produttivo di Viacolvento, società di produzione fondata da Mereu (con la moglie Elisabetta Soddu) che ha potuto contare sul sostegno di Rai Cinema, della Regione, della Fondazione Sardegna Film Commission «e – ci tiene a sottolineare il regista – di tante istituzioni del territorio».

Un film sardo a tutti gli effetti. Anche per quanto riguardo la troupe?

«Mai come questa volta ho sul set tante maestranze locali. Più del settanta per cento della troupe è sarda. Dal direttore della fotografia al fonico, dal costumista a tutti quelli che lavorano in produzione».

Un segnale positivo. Quanto sono cambiate le condizioni per fare cinema in Sardegna rispetto a quando ha iniziato?

«Quando ho iniziato io si riusciva a trovare al massimo qualche assistente, volontario, dell’Accademia di Sassari o dell’università di Cagliari. Oggi si ha la possibilità di avere una troupe tutta sarda. Effetto di quello che si è fatto in questi anni. I nostri film, parlo anche dei colleghi, hanno formato un gruppo di persone che poi ci scambiamo da un progetto all’altro. Non tutti forse hanno l’esperienza di professionisti di lungo corso, ma vedo in molti di loro qualcosa di più importante. L’idea che partecipare a un progetto così va oltre la semplice possibilità lavorativa, diventa anche un’occasione per raccontare la nostra terra».

Quanti siete in tutto sul set?

«Più di quaranta con gli attori».

Protagonista un nome con il quale ha stupito tutti: Gavino Ledda. Come lo ha scelto?

«Prima sono andato alla ricerca di un anziano che potesse interpretare Costantino girando la Sardegna tra sagre, feste, fiere di bestiame. Quello che gli americani chiamano street casting. Un giorno però mi sono imbattuto in una foto di Gavino, ritratto a Baddevrustana dove è cresciuto, e ho pensato che forse Costantino poteva essere lui. L’ho quindi incontrato, ma era molto restio. Alla fine l’ho convinto e adesso sul set lo sto vedendo felice».

Insieme a lui come protagonisti ci sono due interpreti professionisti con alle spalle importanti filmografie. Quando ha pensato che Fabrizio Rongione e Barbora Bobulova potevano essere ideali per i ruoli di Mario e Grete?

«Ho pensato a loro già in fase di scrittura. Fabrizio Rongione è un attore italo-belga che avevo visto in tanti film dei fratelli Dardenne e funzionava molto bene nel racconto anche perché Mario è un emigrante. Nel libro di Angioni in Danimarca, nel nostro adattamento a Bruxelles che è la sua città. Per Grete, Barbora Bobulova era perfetta per questa sua apparenza straniera. A entrambi il progetto è piaciuto e hanno aspettato anche che si creassero le condizioni per realizzarlo. Sono passati anni dopo aver comprato i diritti del libro».

Quando ha letto la prima volta il libro di Giulio Angioni?

«Ricordo che a parlarmi per la prima volta del libro è stata Giovanna Cerina, firmataria della legge cinema di cui allora, era il 2004, si cominciava a ragionare. Quando poi l’ho letto mi sono reso conto della forza che aveva ed è così nata l’idea di un film. Anche se prima di arrivarci ho fatto altro».

Ma Angioni che ne pensava dell’idea di un adattamento cinematografico del suo racconto?

«Ci teneva molto che si facesse il film e per tutto il periodo della scrittura ci siamo sentiti spesso. Quando poi gli ho dato la sceneggiatura da leggere gli è piaciuta. La trovava rispettosa, anche con le libertà che mi sono preso. Mi dispiace tanto che non potrà vedere il film. Gli ho sempre promesso che avrei fatto di tutto per realizzarlo nonostante le difficoltà produttive per un progetto di questo tipo».

Un altro libro che porta al cinema dopo “Sonetàula” di Giuseppe Fiori e “Bellas mariposas” di Sergio Atzeni.

«In effetti è una costante di Viacolvento. Dopo aver costituito la società abbiamo iniziato acquistando i diritti di “Sonetàula” che poi è stato fatto con produttore principale Lucky Red e noi produttori associati. Con “Bellas mariposas” siamo diventati produttori in toto e continuiamo su questa linea anche se è molto faticoso. Un’operazione che in un certo senso è anche
una contraddizione in termini, perché normalmente regista e produttore si combattono. Il primo che spinge per fare come vuole e il secondo che ragiona con i mezzi a disposizione. Così vivo costantemente questo conflitto. Però è anche l’unico modo per fare film con una certa libertà».

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