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Storie di fantasmi, le dieci più famose della Sardegna

Si tramandano nelle generazioni e risalgono ai tempi in cui i castelli erano abitati e le abbazie erano centri operosi. Anche la scrittrice Grazia Deledda ha dato il suo contributo raccontando degli spettri di Casteldoria

Sono il brivido freddo che scorre lungo le schiene nella calde notti d’estate. Il pathos, poi, viene elevato alla massima potenza da un dettaglio: non sono storie disponibili su Netflix, non si vedono su Sky e le tv generaliste non si occupano di quelli che da queste parti si chiamano “contos” e che in tutto il mondo hanno assunto il nome anglofono di “ghost stories”, storie di fantasmi. Per sentirle, dunque, c’è solo un modo: farsele raccontare. L’isola è un contenitore che ne custodisce centinaia.

Alcune non hanno superato i confini dei paesi che le hanno generate, altre sono un patrimonio regionale che rischia di sbiadire davanti all’incedere della modernità. Da Stintino arriva una tra le più famose e terrificanti: “Femminedda”, spirito inquieto di una ragazza accusata di un delitto infamante culminato in un processo sommario che ha portato alla decapitazione della giovane. La leggenda dice che la testa venne sepolta in paese, il corpo in una chiesa di campagna ormai sconsacrata. Da allora lo spirito di Femminedda vaga tra il mare e le campagne in cerca della tranquillità perduta. In un altro paese di mare, Bosa, vagherebbe il fantasma della marchesa Malaspina, Letizia, accusata di adulterio da un marito talmente geloso da aver fatto scavare una rete di tunnel che dal castello portavano al paese in modo che la marchesa potesse percorrerli al riparo da occhiate indiscrete. Un sotterfugio che non bastò al marito che, in preda a un raptus, fece mozzare le dita della marchesa, le custodì in un fazzoletto che però mostro inavvertitamente agli amici. L’uomo fu condannato a morte mentre si persero le tracce della marchesa, fino a quando qualcuno – molti per la verità – sentì il pianto disperato di una donna provenire proprio dal castello dei Malaspina.

Leggende da Nobel. Un altro castello di una famiglia nobile, i Doria, ci sarebbe addirittura una guarnigione di fantasmi incaricata di proteggere una campana d’oro. La leggenda dei fantasmi di Casteldoria, nel Comune di Santa Maria Coghinas, è diventata immortale dopo che la penna di Grazia Deledda la inserì nei Racconti sardi del 1894. La scrittrice aveva descritto la conca di la muneta, un anfratto in cui i Doria riscuotevano i tributi e dove avevano sistemato una campana d’oro che i passanti facevano suonare lanciando pietruzze che, con gli anni, riempirono la cisterna in cui era custodita fino a farla sparire. Ad aggiungere fascino al maniero, quattro stanze segrete di cui una piena d’oro e un’altra chiusa da una porta di ferro impossibile da forzare che custodirebbe i tesori dei Doria protetti, appunto, da un’intera guarnigione di fantasmi.



I frati bianchi. Anche le abbazie hanno acceso la fantasia dei sardi e tra le leggende spicca quella del monastero di Paulis, tra Ittiri e Uri. In questo caso il mito è alimentato da due fatti di sangue. Il primo è l’omicidio dell’abate che la governava, nel quattordicesimo secolo, da cui sono nate prime leggende sui fantasmi che proteggevano un sito che sarebbe caduto in disgrazia poco dopo l’assassino del prelato. L’omicidio del secondo frate bianco, però, è un fatto di cronaca tutto sommato recente e legato all’arrivo all’abbazia del frate Pietro Cau, anche lui vestito di bianco come il vecchio abate che l’aveva preceduto qualche secolo prima. Il frate aveva un obiettivo preciso: provare a restituire dignità alla vecchia abbazia. Un compito che non fu in grado di portare a termine perché venne assassinato da un collaboratore. Era il 7 settembre del 1959 e la struttura fu sconsacrata e abbandonata alla protezione soprannaturale di un’eterna funzione religiosa celebrata dai frati bianchi, i custodi immortali dell’abbazia. E dal Monastero al convento, il passo è breve per gli appassionati di spiritismo. Una delle leggende sassaresi più conosciute, infatti, riguarda proprio la scuola media tra via Satta e corso Vittorio Emanuele la numero 7, che sarebbe stata costruita sui resti di un vecchio convento di frati scolopi. I banchi che si muovono da soli, il pianoforte che suona senza che nessuno tocchi i tasti e gli incidenti occorsi a più riprese al personale di servizio non sarebbero altro che l’antipatica eredità lasciata ai contemporanei dagli alunni poco diligenti che subirono le torture dei frati scolopi. I fantasmi dispettosi non sono un’esclusiva della città e la storia che si racconta sulle rovine del borgo minerario dell’Argentiera ne sarebbe la dimostrazione. In questo casi si tratterebbe di una squadra di minatori morti dopo il crollo di una galleria realizzata per l’estrazione della galena argentifera.



Picconi spettrali. Dopo la chiusura delle miniere, negli anni Sessanta, iniziarono a circolare le prime voci che raccontavano di rumori sospetti di picconi che arrivavano dalle gallerie. Per indagare qualcuno si inoltrò nei cunicoli e ritornarono in superficie con la descrizione di una strana nebbia grigiastra e di sagome umane evanescenti. A dare adito alla leggenda c’è un video caricato su Youtube da un gruppo di ghostbusters sardi che hanno registrato una voce che risponde una domanda: «Come ti senti?», chiedono i ragazzi. «Arrabbiato», risponde lo spirito. Ma è il filone degli spettri nobili quello più inflazionato anche nell’isola. Nella fantasia popolare il castello di Medusa, a Samugheo, sarebbe collegato agli altri manieri dalla zona da una fitta rete di tunnel che custodirebbero forzieri colmi d’oro ma anche di terribili mosche velenose. Nei corridoi sotterranei sarebbe custodito anche un telaio d’oro. A mettere un freno alla curiosità dai cacciatori di tesori ci sarebbe, ovviamente, il fantasma iracondo della stessa Medusa che sarebbe in grado di pietrificare con lo sguardo tutti i “tomb raider”. Poco distante da Samugheo, a Cuglieri, si sentirebbe il canto di una badante impiegata nel Castello del Montiferru, baluardo difensivo durante la guerra tra i catalani e il Giudicato di Arborea. La donna, secondo la leggenda, sarebbe scampata all’eccidio dei proprietari del castello nascondendosi nei sotterranei, da cui però non riuscì più a uscire, trovando la morte insieme a un piccolo erede dalla famiglia Burnengo. Il suo fantasma infesterebbe le notti del castello cantando la nenia che era solita intonare per cullare il sonno del bambino che le era stato affidato. Oltre al più noto spettro di Violante Carroz sempre a Cagliari, questa volta al Lazzaretto, sarebbe lo spirito di un bambino morto di peste nel XVII secolo. Il piccolo si divertirebbe a giocare a calcio con il teschio di una donna conservato al Lazzaretto, leggerebbe i fumetti custoditi nella biblioteca e farebbe passare dei brutti quarti d’ora ai guardiani, accendendo e spegnendo le luci della struttura.

Violante Carroz, la contessa sanguinaria Nella zona di Quirra, si aggira lo spirito della "sanguinaria" Violante Carroz, che si guadagnò il nomignolo agendo con crudeltà per reprimere le lamentele dei suoi sottomessi. O secondo alcuni Violante divenne una "dama nera" come reazione a una vita travagliata. Perse il primo marito a 15 anni e si sposò altre due volte, dovette combattere duramente per mantenere i suoi beni e la podestà sui suoi figli, che morirono giovani prima di lei. Emigrò in Spagna e ritorno in Sardegna, nel castello di San Michele, dove visse fino a trovare la morte. La leggenda vuole che il suo fantasma infesti ancore il parco e quella zone della città.