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Con “Sogni meridiani” pantheon per immagini dei poeti della Sardegna

Il volume con foto e testi raccolti da Salvatore Ligios Un viaggio che va da Remundu Piras alle nuove leve

Nel nuovo libro “Sogni meridiani”, sottotitolo “facce di sardi/due. Viaggio nella poesia contemporanea”, Salvatore Ligios supera il suo essere fotografo di prima fila. Presentando i ritratti (con annesse le composizioni con tutte le varianti linguistiche dell’isola) di sessanta poeti contemporanei, offre una risonanza magnetica dettagliata dei temi non solo preferiti dagli autori facendo emergere, spesso in rima, le delusioni e i sogni, le gioie e i dolori della Sardegna. Molto curato, come sempre, il testo (141 pagine,Soter editrice, stampatore sardo Tas) col progetto grafico Su Palatu di Villanova Monteleone. E queste fotografie – lo scrive la critica d’arte Sonia Borsato nella prefazione – «diventano processo intellettuale e analitico di conoscenza, mezzo che si fa carico della più difficile di tutte le missioni, la meno social e la più ininfluencer: riattivare un dialogo fra realtà separate».

Dialogano fra loro Rosanna Abis di Cagliari con Bruno Agus di Gairo, Dionigi Bitti di Nuoro e Lorena Carboni che vive e lavora a Milano,Giovanni Oliva di Alghero e Giampaolo Nuscis di Tramatza, Maria Rosaria Lasio di Serramanna e Giuseppe Porcu di Irgoli, Salvatore Senes di Sassari e Paolo Zedda di Sinnai. Alla base c’è, immancabile, il paese dove Ligios è nato che è lo stesso di quel mito-omerico delle gare poetiche dialettali che si chiama tiu Remundu Piras. Lo scrive lo stesso fotografo-etnografo. «È il primo poeta che ricordo di aver fotografato. Era il 1976, abitavo a Roma e cominciavo a scattare in bianconero usando le macchine e la camera oscura di mio fratello Luigi. Mi esercitavo a documentare le tradizioni popolari diffuso nel mio paese. Gare poetiche e balli sardi erano il terreno ideale per esercitarsi a raccogliere materiale folclorico del quale si percepiva nell’aria l’imminente tendenza a scomparire per lasciare il posto alle nuove mode introdotte dalla tv e dalla pubblicità». Ancora Ligios: «Di poesia sarda ne praticavo poco e nulla ma la notorietà di tiu Remundu era molto radicata anche nei giovani. Poterlo seguire era pertanto un privilegio gratuito. La prima foto sopra il palco di Piazza Fontana a Villanova, per la festa di San Leonardo, è diventa pietra fondativa del viaggio intrapreso per esplorare la poesia contemporanea in Sardegna». E poi un altro nome che vuol dire poesia sarda, quello di Paolo Pillonca, nato a Osilo ma con dna ogliastrino di Seui, professore di lettere nei licei e giornalista, saggista e poeta lui stesso.

Classe 1905 Piras (morto nel 1978) e classe 1942 Pillonca (morto tre mesi fa, a fine mese la sua rivista Làcanas gli dedicherà un numero unico). Potremmo chiamarli padre e figlio sotto il segno delle Muse. Paolo cantore di Piras, suo esegeta, suo filologo e glottologo, perfino suo semiologo e prossemista, perché ne analizzava espressioni facciali e manuali, ma anche la collocazione sul palco, il suo poggiare o meno le mani sui tubi o sulle canne ornate da canne o da rami di alloro. È Pillonca a pubblicare nel 1979 l’opera omnia di Piras Misteriu, seguono Bonas noas nel 1981 e Sas modas nel 1983. Rileggiamoci Laras. Cantones de lunas antigas del 2000 per capire quale metodo di analisi – mai accademico, sempre di facile quanto profonda lettura – sia stato seguito.

Nel nuovo libro di Ligios il giornalista-poeta o, meglio, il poeta-giornalista (anche quando scriveva pezzi di cronaca il cappello era sempre un’elegia) appare con un maglione e il suo sguardo dolce, sorridente quanto basta e indagatore. Ligios riporta sedici versi dalla poesia “Suerzu, a s’umbra ’e babbu”. Pillonca, amante dei lirici greci e latini, conoscitore perfetto di Omero e Virgilio, scrive un’ode d’amore all’uomo e alla natura. «Cando bisajos tuos/ fun in s’intragna ’e Deu/ dae mesu sos ruos/ mi nde poesei reu/ Bid’apo temporadas/ de ranzola e de nie/ e fogu a mesudie/ in cussorsas fadadas/ In sos costanzos mios/ dae sende pizzinnos/ b’at patimentu a rios/ e de dolu b’at sinnos/ Si su tempu li noghet/ a sa colzola mia/ su fogu no mi coghet/ che m’infritat beddia».

Nel libro stesso trattamento per tutti i sessanta poeti. Un’immagine (by Ligios) a tutta pagina e, a fianco, i versi. Apre Anna Cristina Serra di Cagliari che ricorda in campidanese “is Nannais mius” e “sa promissa de una Terra bisadora”. Paola Alcioni,m anche lei di Cagliari, con “Isula sola” seguito da Antonello Bazzu di Sassari con “Canthone ’e su Pianu ’e Rinàschidas” e Paola e Dolores Dentoni di Selargius firmano “Mutetu po unu tempus vetustu”. Natalino Piras (Bitti) in italiano scrive del “nero più nero del fascismo”. Giovanni Fiori, di Ittiri, tra un “Emmo” e un “bimborimbò” presenta un inedito che inizia con “De m’hap’a pesare”.

Da Sonia Borsato: «Un viaggio compiuto sul limitar del millennio, quasi inseguendo il tempo, mille e non più mille, condotto in modo arbitrario, inserendo personaggi a volte noti altre figure decisamente laterali perché il concetto di intellettuale era modellato più dalla vita che conducevano che non dal risultato ottenuto».

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