Tra le nebbie di Avalon il potere è delle donne

Michela Murgia rilegge il romanzo di Marion Zimmer Bradley

Dal nuovo libro di Michela Murgia, «L’inferno è una buona memoria - Visioni da “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley» (Marsilio, 116 pagine, 12 euro), pubblichiamo alcune pagine dal capitolo iniziale: «Premessa doverosa per chi non l’ha letto».

* * *di MICHELA MURGIA

La leggenda di Re Artù di Camelot, di Morgana e di Merlino, della spada nella roccia, dei cavalieri della Tavola Rotonda e di Lancillotto e Ginevra appartiene alle narrazioni tradizionali, a quegli enormi crogiuoli dove mille vicende – intrecciandosi in forma orale, stratificandosi in forma scritta e ripetendosi fino a diventare canone – danno vita a un immaginario così forte che è possibile appoggiarvi sopra molto di quello che genericamente chiamiamo valori; un certo modo di intendere l’amore, per esempio, ma anche la patria, l’amicizia, il coraggio, la fede, la fedeltà e ovviamente anche il loro contrario, dato che cose come quelle se lo autogenerano. I corpi di queste leggende sono così solidi che sopra ci si puo persino fondare una cultura con velleità di permanenza. E per questo che, come avviene per le cose importanti, le storie tradizionali ce le raccontano quando siamo bambini. Quale momento migliore per innestarle, se non quello in cui l’io comincia in un noi già cominciato?

Come tutti, anch’io dunque non saprei dire quando mi è stata raccontata la storia di Artù e della sua spada nella roccia. E’ lì da sempre, c’era prima di me e quando sono arrivata l’ho succhiata senza coscienza insieme al latte, come le storie della Bibbia, come i vampiri, come Biancaneve, Cappuccetto Rosso o Maria Pintaoru, la vecchia custode del sonno che con un ferro da calza bucava la pancia dei bimbi che a Cabras avevano l’ardire di farsi trovar svegli nella notte di Ognissanti. Non sono mai state semplici storie: è liturgia immaginativa, un memoriale destinato a celebrarsi identico per sempre, il vero centro di gravità permanente, il punto che (almeno lui nell’universo) non ruota mai intorno a noi. Per questo è difficile toccare la tradizione. Le storie canonizzate cercano in ogni modo di riuscire in quello che agli esseri umani non riesce mai: passare attraverso il tempo senza farsene cambiare. Provateci quindi voi a mettere le mani sulle leggende fondanti e a dire «adesso le ri-racconto a modo mio». Provate a cambiare le coordinate di immaginari collettivi acquisiti sin dai tre anni da trenta generazioni di nipoti che li hanno ereditati da trenta generazioni di nonni prima di loro. Non sto scherzando: provate. E vedrete quanto forte può strillare il maledetto bambino insicuro che vuole la sua storia per sempre uguale.

Io però non ero una bambina insicura, solo molto curiosa. Il mio nemico era la noia, non l’incertezza, e già a quattro anni di udir raccontare Cappuccetto Rosso con le stesse parole ogni sera non mi importava più. Naturalmente volevo storie che potessi controllare, ma non a spese della fantasia, e questo significava disporsi almeno potenzialmente a incontrare una rivoluzione dietro ogni copertina di libro. In fondo, se mi sono innamorata delle Nebbie di Avalon è perché, prima ancora che un romanzo, è un atto di rivolta narrativa, un ribaltamento agito su uno dei punti più fermi della cultura a cui appartengo, quelli in cui si radica l’arbitraria definizione di Occidente. Marion Zimmer Bradley, come una barda folle, si è seduta davanti al ciclo monstre delle storie arturiane – che gli studiosi, con un termine un po’ alchimistico, chiamano “materia di Britannia” – e ha deciso di inventarsi tra le sue pieghe l’altra storia, quella che i
canti dei cavalieri della Tavola Rotonda e delle gesta del re medievale non hanno voluto tramandarci. Azione temeraria e un po’ sfrontata, si dirà, ma non ricordo molte rivoluzioni fatte col senso della misura.

© 2018 by Marsilio

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