Minervini racconta l’America del sottosuolo

Il regista originario di Fonni e trapiantato negli Usa protagonista col suo film sulle tragedie delle minoranze afro e native

VENEZIA. Roberto Minervini è nato a Fermo nelle Marche e ha origini sarde molto radicate, anche se manca da anni dall’isola: la mamma e la nonna sono infatti di Fonni. Si è poi trasferito negli Stati Uniti dove lavora sin dal primo film, si è sposato con l'asiatica Denis Ping Lee, ha figli «giallognoli» come li ha definiti lui stesso e vive «una crisi di identità». Il suo “What you gonna do when the world's on fire?” (“Che fare quanto il mondo è in fiamme”, da uno spiritual di due secoli fa), in gara ieri a Venezia 75, affresco in bianco e nero di storie e voci, musica e tragedie, della comunità afro e nativo americana di New Orleans è un film che lo coinvolge emotivamente.

È stato difficile realizzarlo, «ci hanno sparato durante le riprese – ha detto commuovendosi – ma la troupe ha continuato a girare, consapevoli che questa che stavamo raccontando è un'opera non solo importante ma urgente, da fare subito. Al di là del cinema è vita, una cosa grossa». Un cinema «politico e comunitario» ha aggiunto Paolo Benzi produttore per Okta Film. «Un cinema del reale, diventato un'eccellenza italiana cui noi continuiamo a dare grande fiducia» ha proseguito Paolo Del Brocco di Rai Cinema, senza l'appoggio del quale il documentario rischiava di non vedere luce «perchè qui non c'è una sceneggiatura da presentare, la storia si scrive con il montaggio» ha spiegato desolato Minervini al quinto film. Da New Orleans sono venuti al Lido i suoi protagonisti, persone che hanno messo in gioco il loro vissuto per Minervini che in mesi di preparazione ha conquistato la loro piena fiducia. C'è la fantastica Judy Hill, afroamericana di una famiglia di musicisti a Tremè, il più antico quartiere nero di New Orleans, una donna che è storia del jazz, che ha rilevato lo storico bar Ooh Poo Pah Doo dove ci si ritrova il mercoledì per suonare e discutere della condizione dei neri, ma che un anno fa ha dovuto chiudere e fatica ad andare avanti. Ci sono l'adolescente Ronaldo King e il ragazzino Titus Turner, due meravigliosi giovani afroamericani che «crescono con la violenza, la repressione della polizia e sono l'esempio di come la comunità nera viva in una situazione di agghiacciante convivenza con il terrore». C'è Chief Kevin, capo tribù delle Frecce Ardenti, gli indiani del Mardì Gras che si definisce «un sopravvissuto», leader della sua comunità in estinzione, che a Minervini ha aperto ogni porta, «una benedizione trovare qualcuno che ci guardi». Il regista italiano ha raccolto l'urlo di questa comunità, che affonda le radici negli ex schiavi delle piantagioni e nei nativi ghettizzati, in What you gonna do whe the world's on fire? c'è «l'America del sottosuolo», ha detto.

Minervini come Spike Lee, paladino dei neri e del Black Power? «Un'alleanza impossibile c'è troppa storia che ci separa e io so bene di essere dalla parte bianca che non ha ancora pagato il dazio, la reparation», ha proseguito sottolineando appunto di vivere una crisi di identità come «bianco, europeo, in colpa» ma che per la sua vicenda personale vede appunto con i propri occhi l'intolleranza crescente. Tra i pochi
a prevedere l'ascesa di Trump, «la bocca della verità della destra repubblicana» Roberto Minervini ieri ha concluso il suo intervento dicendo non ritenere la questione dei neri, del razzismo e della paura dell'uomo nero «una nuova emergenza ma un'eterna irrisolta questione americana».

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