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Maurizio Costanzo: «Sogno l’intervista a papa Francesco»

Maurizio Costanzo

L'ottantenne conduttore televisivo riceve oggi a Porto Rotondo il Premio Navicella

Per sua stessa ammissione detesta qualsiasi forma di festeggiamento, ma quello del 28 agosto scorso non è riuscito a dribbrarlo. Persino lui che è persona acuta e sempre pronta alla battuta, scampata alla bufera della P2 e a un attentato della mafia. La verità è che compiere ottant’anni è un avvenimento importante anche per un tipo schivo come Maurizio Costanzo. E lo è ancora di più se – come nel caso specifico – la data coincide con l’anniversario delle nozze con Maria De Filippi, quarta moglie, sposata nel 1995.

«Una scelta strategica, quella di unire compleanno e matrimonio, fatta anche per evitare troppe cerimonie», scherza il baffo più famoso d’Italia, che così, per una giornata intera, ha abbandonato il suo studio romano strazeppo di libri e monitor e si è concesso una pausa dal lavoro circondato da figli, nipoti e pochissimi amici. «Alla fine devo riconoscere che è stata una bella serata», aggiunge prima di svelare quali sono stati gli auguri più graditi tra migliaia ricevuti: «Senza dubbio quelli di Gina Lollobrigida, che novantenne mi ha chiamato proprio dalla Sardegna». Una telefonata speciale, molto affettuosa e giunta peraltro da dove sabato prossimo gli sarà assegnato – nell’ambito del Premio Navicella Sardegna, in programma a Porto Rotondo oggi 8 settembre – il riconoscimento speciale intitolato a Olimpia Matacena, per molti anni anima organizzativa della manifestazione.

Le motivazioni del premio sono quasi il suo curriculum. «Ha lavorato per tanti quotidiani e periodici, ha diretto “La Domenica del Corriere” e “L’Occhio”, da lui fondato. E intanto faceva l’autore radiofonico e televisivo, il paroliere (“Se telefonando” è considerata una tra le migliori canzoni italiane), lo sceneggiatore, il commediografo, il docente di comunicazione alla Sapienza di Roma. La formula del “Maurizio Costanzo Show” ha segnato la storia della televisione quanto “Lascia o Raddoppia” ed è stata la prima (dopo le iniziali esperienze di “Bontà loro” e di “Dietro l’angolo”) a inaugurare e capeggiare l’inossidabile format del talk show».

Maurizio Costanzo, che tipo d’infanzia ha avuto?

«Appena sono nato è scoppiata la guerra, poi ho visto andar via i tedeschi e l’arrivo degli americani. Tuttavia la mia è stata un’infanzia serena, anche perché dopo ho vissuto l’epoca stupenda della ricostruzione, del riuscire a farcela. Una stagione molto calda».

Per lei suo padre che mestiere sognava?

«Nessuno in particolare. Lui era impiegato al ministero dei Trasporti e anche i miei zii erano tutti impiegati. Io sono l’unico che ha preso una strada diversa, il mio destino era fare un concorso nelle istituzioni».

Che cosa la affascinava della professione di giornalista?

«Da ragazzino uno zio mi aveva abituato a leggere la terza pagina del Corriere della Sera e gli articoli dei grandi inviati, tipo Indro Montanelli. E infatti è a lui che ho scritto una lettera quando avevo quattordici anni».

Una lettera a Montanelli?

«Esattamente. E lui mi ha chiamato subito per fissare un appuntamento. Da notare che io per non mancare fui costretto a marinare la scuola. È stata la mia fortuna: nella vita ho fatto quello che volevo fare».

Qual è l’intervista più importante che non ha fatto?

«Al Papa, sinceramente»

C’è sempre tempo.

«Sì, certo, anche se non so quante interviste televisive abbia intenzione di rilasciare. Io comunque lo ripeto spesso nella speranza che gli arrivi il messaggio».

Se invece avesse davanti il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte che cosa gli direbbe?

«Credo che sia una persona seria, quindi gli chiederei di avere più determinazione».

È rimasto stupito dall’esito delle ultime elezioni politiche in Italia?

«Francamente no. Non sono rimasto sorpreso perché dopo un certo numero di anni in molti nasce la voglia di cambiamenti. Poi magari gli elettori si accorgeranno che questi cambiamenti non ci sono. Inoltre, diciamolo: da una parte nell’aria c’era una certa insofferenza, dall’altra soffiava il vento del populismo».

Ha mai fatto il calcolo di quante persone sono passate nei sui talk show?

«Ora come ora circa quarantottomila. Praticamente una cittadina».

La sensibilità per scovare i talenti dove l’ha acquisita?

«Allora c’erano i cabaret, le cantine, ora non ci sono più. Io avevo un redattore che girava per tutta l’Italia per segnalarmi i personaggi più interessanti. Poi li provavamo e se funzionavano li lanciavamo. Adesso un comico giovane fa molta fatica a farsi conoscere».

Forse non ci sono più gli stessi talenti.

«Già, forse è così».

A chi è rimasto più legato?

«A tutti, ma in particolare a Giobbe Covatta, Enzo Iacchetti e DarioVergassola».

Mai avuto l’impressione di aver creato un mostro?

«No. Nemmeno con Sgarbi, una delle persone più intelligenti che abbia conosciuto».

Lei si è sposato quattro volte. Ma perseverare non è diabolico?

«Perseverare nei matrimoni mi ha portato poi a incontrare la donna con la quale sono sposato da ventitré anni. Di Maria mi colpì il modo di fare, la serietà: tutte cose che ha confermato nella vita privata e dimostrato in televisione».

A parte mare, paesaggi, cibo e così via, la parola Sardegna che cosa le fa venire in mente?

«Mi ricorda quando nei primi anni Novanta lavorai in un’emittente televisiva locale, Videolina, per cui io tutte le settimane prendevo l’aereo e andavo a Cagliari, facevo un programma che si chiamava “Dopo cena” e poi andavo davvero a cena al Corsaro. Cagliari mi è rimasta molto dentro, sono sincero. Una volta stavo in autogrill sulla Carlo Felice e un sardo, convinto che io fossi sardo, mi ha parlato in sardo. Naturalmente non riuscii a capire nulla».

Come, non l’aveva riconosciuta? Impossibile.

«Eh, è andata davvero così».

Che idea si era fatto della società sarda conosciuta nei suoi salotti televisivi?

«Un’idea bella. I sardi mi piacciono, gente seria».

Come il suo storico cameraman e ora regista Valentino Tocco.

«Certo, Valentino. Non soltanto con lui è nata una grande amicizia, ma adesso rivelo una bella notizia: a ottobre io sarò quello che lo sposerà. A Roma, in Campidoglio».