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Cagliari tra alluvione e poesia

Nel cortile di Villa Pollini lo spettacolo “A-mare Marea”

CAGLIARI. Una grande barca si allontana sulle acque che sommergono la città di Cagliari sotto una disastrosa alluvione che sembra aver unito per sempre cielo e mare, salvando un prezioso carico di umanità. Con questa visione apocalittica e insieme poetica si conclude la prima parte di “A-mare Marea”, lo spettacolo del Teatro dallarmadio scritto e interpretato da Fabio Marceddu - anche regista con Antonello Murgia, autore e interprete delle musiche dal vivo – presentato con successo venerdì a Villa Pollini per le sinergie tra Cedac e Soprintendenza Archeologica.

A bordo di questa sorta di arca detta Barchena in assonanza alla balena, costruita da un preveggente architetto, la “gentaglia di Santropaiz” – esseri strani e portati a credere nell’impossibile, come li definisce Milena Agus, autrice di prologo ed epilogo - intona “Esodo” un canto in latino che trova negli scrittori dei primi secoli, poeti di altre migrazioni, domande sul domani, sull’impossibilità di ritrovare pace nella terra da cui si è fuggiti, sugli approdi possibili in aspri luoghi. Se sul loro futuro si saprà nella seconda parte, in questa prima parte Fabio Marceddu racconta - in un godibile misto tra affabulazione ed invettiva, tra colorito e dialettale ritratto e descrizione sociologica - infanzia e gioventù di un manipolo di personaggi, accompagnando gli spettatori in quel lembo del quartiere di Is Mirrionis che prima dell’inondazione ha conosciuto le ruspe, e che ha già un Eden perduto da rimpiangere. Un racconto in prima persona che parte dalla nascita del protagonista Raffaele Muru, detto Ponipei e Fragh’e gattu, venuto al mondo in un agosto piovoso, premonizione della catastrofe futura, nello stesso giorno di Eusebio, figlio del fattore. In questa periferia della periferia, su cui incombono istituzioni inquietanti come il manicomio di monte Claro e il carcere di Buoncammino, gli altri punti cardinali sono il seminario arcivescovile e il bar Santropaiz, la bettola che dà nome al rione, e un fortino abbandonato corredato di riviste porno e materassi lerci, paradiso per prime sperimentazioni sessuali di adolescenti, giovani calciatori e seminaristi. Da questo piccolo e marginale universo Fabio/Raffaele, insieme ad Eusebio, a genitori dal linguaggio colorito, compagni di scuola – come il bullo Mazinga e le due gemelle, e l’architetto visionario, si affaccia sul resto della città e sulle sue storie fino all’altro confine, quello del mare.

Quel mare che la città ha dentro, dice Milena Agus, che d’estate come racconta divertito Marceddu, riproduce sulla spiaggia gli stessi ridicoli e cocenti confini di classe dei quartieri. Quel mare che diventa anche liquido amniotico in cui lasciarsi cullare e in cui Fabio/Raffaele si sente libero e amato, e che ora mescolato all’acqua piovana e al fango, accoglie la “barchena” dei sopravissuti.