Jack Folla va su YouTube. Con Ultimo

A 20 anni dal clamoroso debutto su Radio2, Diego Cugia ripropone il dj condannato a morte: avrà la voce di Pannofino

SASSARI. Gli ascoltatori di Rai Radio2 se lo ricordano ancora quando – era il 1998 – interpretava il personaggio di Jack Folla, un deejay condannato a morte negli Stati Uniti, ma al quale nella fiction era stato concesso di trasmettere su un’emittente italiana «la musica della sua vita», spaziando dal rock alla musica d’autore. In mezzo ai brani, poi, c’erano i racconti di un’esistenza davvero vissuta, narrati senza peli sulla lingua e soprattutto senza il timore di pestare i piedi a qualcuno. Fu un successo strepitoso, quello ottenuto ormai vent’anni fa da Diego Cugia, romano di origini sassaresi, classe 1953, professione scrittore e autore di programmi. «Quando la trasmissione finì c’è chi mi mandò lettere minacciando il suicidio – racconta lui stesso – e sinceramente ebbi il timore che qualcuno non stesse affatto scherzando».

Forse anche per questo motivo Diego Cugia/Jack Folla ora si sente pronto a tornare. Lo farà tra breve su YouTube, da “evaso e latitante”. La presentazione ufficiale della nuova serie in versione online è prevista per il 6 ottobre a Roma assieme al Capitano Ultimo, il carabiniere che nel 1993 arrestò Totò Riina. «Per me Ultimo è una sorta di San Francesco laico – aggiunge Cugia –, si pensi che nella sua tenuta al Prenestino, dove peraltro è nato Jack Folla, accoglie senzatetto italiani e stranieri e insegna loro un lavoro. Sono contento di iniziare quest’avventura con lui: sarà il fratello di Jack Folla, cioè mio fratello, due mendicanti che donano a quelli che hanno ancora meno di noi». A prestare la voce a Jack sarà invece l’attore Francesco Pannofino. «Tutto questo nell’attesa che, finalmente, qualche network nazionale mi restituisca un microfono».

Diego Cugia, quindi lei sotto sotto spera che la Rai si rifaccia viva?

«No, io non spero proprio niente, però trovo giusto che un personaggio popolarissimo come Jack Folla abbia uno sbocco nazionale. Detto questo, me ne strafrego se questo sbocco non ci sarà».

In viale Mazzini c’era chi la considerava ingovernabile.

«Che mi considerassero ingovernabile l’ho sentito dire molte volte e per me è un complimento. Significa che sono un autore libero, nel senso che se sono di sinistra sono anche pronto a dire bene della destra, se fa qualcosa di buono, e viceversa. Insomma, un intellettuale onesto. Cosa che in Italia difficilmente è riconosciuta, perché per la gente devi sempre avere un’appartenenza politica».

Faccia un esempio.

«Beh, in questi giorni sulla mia pagina Facebook ho pubblicato un pezzo sui famigerati 49 milioni rubati dalla Lega. E, manco a dirlo, si sono scatenati tutti i leghisti, per i quali io sono inevitabilmente del Pd, amico della Boschi, con la villa a Capalbio e così via. Non riescono a capire che uno possa semplicemente essere libero».

E via insulti sul web.

«Ne ho ricevuto così tanti che alla fine ne ho approfittato per fare pubblicità al mio nuovo romanzo, “Jack Folla, il libro nero”, acquistabile soltanto su Amazon. Al tipo che mi ha scritto “schifoso, sei una merda”, ho risposto così: “Caro Luigi, prima di criticarmi legga il mio libro”».

Anche in trasmissione non si è mai limitato, ha sempre detto quello che le veniva in mente.

«Se vogliamo ero anche un po’ ingenuo, ma assolutamente libero. Non ho mai fatto calcoli di convenienza. Adesso Salvini è ministro dell’Interno eppure nel mio libro lo attacco, così come attacco i Cinque Stelle e il Pd. Naturale che mi arrivino messaggi di odio da ogni parte. Peraltro non ho nessuno che mi faccia da sponda, ma nemmeno lo voglio, anche se questo si paga».

Il primo Jack Folla a chi dava voce, esattamente?

«Se non suona retorico, direi a tutte le persone inascoltate. Mio padre, sardo, mi ha educato ad amare i poveri, i deboli, i vagabondi. E me lo ha insegnato parlandomi con un tono che non posso dimenticare. Quando vedo una vecchina che rovista nei cassonetti provo un sincero intenerimento e un senso di ribellione. In altre parole m’indigno».

Quindi farà lo stesso anche il Jack Folla che torna dopo vent’anni.

«Certo, anche se forse un tempo Jack era più spadaccino. Del resto nel frattempo c’è stato Beppe Grillo».

Beppe Grillo? Cioè?

«Jack Folla in qualche modo lo ha anticipato, anche se poi il comico/politico ha fatto quello che il deejay non avrebbe mai osato fare: portare la piazza a gridare “vaffanculo”. È chiaro che a quel punto tu hai un consenso, ma è un consenso di persone indistinte alle quali liberi i cagnacci interiori che ognuno di noi ha dentro per scatenarli contro un altro. Sicuramente Grillo ha dato una spallata al sistema, ma le persone che ha radunato al grido di “vaffa” un giorno gli si ritorceranno contro».

Lei, invece di incitare e galvanizzare la folla, fece un passo indietro. È così?

«Quando per la fine della trasmissione feci il raduno al Testaccio, nel 2002, se avessi gridato anch’io “vaffanculo” mi sarei trovato una piazza con diecimila persone piene di odio, ma io non cerco questo. Poi c’è un problema di psicologia collettiva».

Si spieghi meglio.

«Gli italiani non fanno mai una sana autocritica. Basti pensare che da tutti fascisti siamo diventati tutti partigiani, e questo è stato un male, perché non c’è stata la decantazione necessaria, come in Germania. Qui da noi persone che avevano firmato il “Manifesto della razza”, dopo la guerra sono diventate baroni universitari o hanno occupato ruoli di comando. Insomma, non abbiamo espiato e infatti il fascismo è rimasto qua. E in qualche modo Salvini e una parte dei grillini li radunano con la cultura del “vaffanculo”».

Bisogna allarmarsi per certi rigurgiti fascisti o è meglio ignorarli?

«Secondo me andando di questo passo il Paese è perduto. Se non si fa qualcosa il fumo nero rischia di addensarsi sempre di più. È necessario ricominciare dai bambini».

Chi o cosa ci salverà?

«O una guerra tremenda o una sana coscienza spirituale. E io ho qualche speranza per la seconda ipotesi».

Per concludere, qual è l’identikit del fan di Jack Folla?

«Il mio pubblico
è fatto al 70 per cento di donne tra i 20 e i 50 anni d’età. Poi, naturalmente, anche tanti uomini. Ma la cosa più importante è che non si tratta di analfabeti funzionali, ma di persone avvertite, gente che legge e s’informa. Non come un certo pubblico facilmente manipolabile».



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