Dai Candelieri alla Sartiglia il cuore antico dell’isola che riemerge dal passato

Un testo ricco di illustrazioni con feste, giostre equestri, sagre e artigianato Ma anche cucina e vini, con prodotti che rimandano a una sapienza millenaria    

La Sardegna è nota per essere una terra ricca di tradizioni. Tradizioni che giungono da un passato lontano, pagano, e che si fondono spesso con i riti cristiani: il risultato sono forme peculiari, figlie di questa commistione, forme che esistono solo sull’isola. A questo grande patrimonio è dedicato “I tesori della tradizione”, il terzo volume della collana “I tesori nascosti di Sardegna” da venerdì in edicola con La Nuova a 8,70 euro oltre il pezzo del quotidiano.

LE FESTE. Le feste religiose della Sardegna, nella maggior parte dei casi, sono composte in parte da cerimonie sacre, in altra parte da riti civili. È quanto rileviamo, ad esempio, nelle due grandi feste in cui è possibile vedere sfilare tutti i costumi tipici della Sardegna, ovvero la sagra di Sant’Efisio a Cagliari e quella del Redentore a Nuoro. L’altra grande festa in cui sfilano tutti gli abiti tradizionali dell’isola è la Cavalcata sarda di Sassari, questa completamente avulsa dal sacro, mentre legata a un voto fatto alla Madonna delle Grazie perché facesse cessare una terribile epidemia di peste è, a Sassari, la Faradda di li candareri, alla quale è dedicato un grande spazio.

Di feste che replicano questo modello, nei 377 comuni della Sardegna, ce ne sono moltissime. Non tutte hanno trovato spazio tra le pagine delvolume in edicola da venerdì prossimo, dove è stato necessario limitarsi ad alcune, scelte perché particolarmente rappresentative, per poi concentrarsi su manifestazioni più singolari, che svicolano dall’impianto tradizionale comune distinguendosi per uno o più particolari dirimenti. Sono un esempio di ciò la festa ottobrina per i martiri turritani, con la benedizione dei cavalli a mare, o la Corsa degli scalzi di Cabras, unicum nel panorama isolano. Tra i riti di carattere religioso sono assai diffusi sull’isola quelli della Settimana santa. Tra i centri più rappresentativi in tal senso troviamo Castelsardo, Alghero, Oliena e Iglesias. Anche i fuochi accesi per i santi, in particolare sant’Antonio, sono assai diffusi sull’isola, così come i riti per i morti de Is Animeddas o de Su mortu mortu, l’Halloween sarda in cui i bambini fanno giro delle porte delle case del paese per chiedere dolci, pani o frutta secca per le anime del Purgatorio.

I CAVALLI. Ci sono poi le giostre equestri e i palii, anche questi assai diffusi sull’isola, dove alle manifestazioni maggiori – come la celebre Sartiglia di Oristano o l’Ardia di Sedilo – si accostano tutte quelle di centri minori, o almeno minori per fama. Tra gli appuntamenti più singolari, in questo senso, troviamo Sa cassa de s’acchixedda, una “caccia alla giovenca” che caratterizza il piccolo centro di Guasila, nel Sud Sardegna. Ben rappresentati saranno poi carnevali: oltre quelli allegorici come Lu carrasciali timpiesu, tra i più suggestivi troviamo quelli barbaricini, con le maschere che pur presentando tratti comuni, nei riti e negli abiti, differiscono in aspetti più o meno determinanti, in dettagli fisionomici della maschera di legno, o in altri come la presenza di figure particolari, si veda sa Martinica, la scimmia dispettosa del carnevale di Ulassai, o ancora in aspetti cerimoniali come il ferimento de su Battileddu a Lula, con la fuoriuscita di sangue dallo stomaco di bue applicato alla maschera.

LE SAGRE. L’agroalimentare è al centro di numerose sagre, da quelle dedicate alle produzioni più note e diffuse dell’intero territorio, come le feste dei celebri formaggi isolani, a quelle di prodotti insoliti e tipici di una singola località. Emblematici sono i casi de sa Carapigna, il sorbetto di neve specificità di Aritzo, o dei dolci e dei liquori derivati da sa pompia, un agrume endemico presente principalmente nei territori di Torpè, Posada, Orosei e Siniscola.

L’ARTIGIANATO. Per quanto riguarda le altre tradizioni, tra le massime espressioni dell’artigianato sardo troveremo il lavoro al telaio e la produzione dei tappeti, l’intreccio e la fabbricazione di ceste, ma anche la produzione dei gioielli in filigrana, la cui massima espressione è la fede sarda, alla quale si dedica, in un box, anche una piccola storia di vita e di mare che si lega al naufragio di un brigantino del Settecento. Ancora una volta, si cercherà di mettere l’accento su quella Sardegna insolita che conserva immutate tradizioni altrove estinte, come nel caso, per quanto riguarda il tessile, della lavorazione del bisso presso l’isola di Sant’Antioco, unico luogo al mondo dove ancora esiste qualcuno – la maestra Chiara Vigo – che estrae i filamenti della seta del mare dalla pinna nobilis, senza nuocere al mollusco. O, ancora, saranno messi in risalto l’allevamento del baco da seta e la realizzazione di tessuti in questo materiale tipici del paese di Orgosolo, nel cuore della Barbagia.

I MUSEI. Tra i musei a dominare saranno quelli etnografici – solitamente allestiti negli ambienti delle antiche case padronali – che offrono nella maggior parte dei casi un percorso storico e culturale nella società agro-pastorale della Sardegna, con ricche collezioni di strumenti legati agli antichi mestieri, ai processi della panificazione e al lavoro nei campi, ma anche con sezioni dedicate agli abiti tipici e agli strumenti tradizionali. Laddove nel museo si trovi qualche elemento distintivo viene messo in risalto, come nel caso del museo etnografico Galluras di Luras, dove nella stanza da letto è esposto l’unico mazzolu attribuito alla celebre figura de S’Acabbadora, la donna che, secondo tradizione, aveva il compito di porre fine all’agonia dei malati terminali praticando un antico rito di eutanasia.

Oltre ai generici musei etnografici vengono presentati anche quelli specifici, dedicati ai diversi prodotti dell’artigianato, dell’agroalimentare e di altri aspetti legati al territorio. Gli spazi dedicati alle launeddas, per esempio, ovvero al flauto a tre canne della tradizione sarda, già diffuso in epoca nuragica, come testimoniato da alcune figure di bronzetto sardo rinvenute in vari siti archeologici. Il museo del Canto a tenore di Bitti, che valorizza quest’arte inserita dall’Unesco tra i patrimoni orali e immateriali dell’umanità. Quello della Giara di Gesturi, che tra natura ed etnografia racconta del proprio territorio e del celebre cavallino. E ancora i musei delle tonnare, dedicati alla tradizionale pesca del tonno, e inoltro quello del corallo di Alghero, città in cui si trova anche un’accademia per tenere viva la lavorazione tradizionale di questo prodotto. Senza dimenticare il museo del sughero di Calangianus, che insieme a quello di Tempio celebra una delle attività storicamente più importanti dell’Alta Gallura, così come il Museo del Vino di Berchidda; i musei dedicati ai pani tradizionali, come quello del pane rituale di Borore; quelli dedicati al coltello, la cui produzione trova massima espressione nei centri di Pattada e Arbus; o spazi ancora più singolari come il museo del giocattolo sardo di Ales e S’omo ’e sa majarza di Bidonì, ovvero “la casa della strega”, che per li rami ci ricollega al tema della medicina popolare in Sardegna. Assai diffusa fino al secolo scorso, e in piccola parte ancora oggi, la medicina popolare sarda come vedremo più nel dettaglio, mescolava superstizione e conoscenza, tra i riti magici dedicati al malocchio e le cure delle ustioni eseguite
con unguenti medicamentosi ottenuti dalle piante spontanee.

L’ARGIA. L’ultimo capitolo sarà dedicato invece al ballo esorcistico dell’Argia, un rito che era praticato in passato per curare le persone che erano punte da questo ragno piccolissimo e velenosissimo.



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