Viaggio affascinante nel museo vivente dell’identità sarda

Questo libro traccia un itinerario alla scoperta dei tesori della tradizione sarda. Ed è un invito a mettersi in cammino per una esperienza di conoscenza e di emozioni. Davvero indovinata la scelta...

Questo libro traccia un itinerario alla scoperta dei tesori della tradizione sarda. Ed è un invito a mettersi in cammino per una esperienza di conoscenza e di emozioni. Davvero indovinata la scelta di articolare il patrimonio antropologico sardo secondo il criterio territoriale: dalla Nurra al più profondo Sulcis, dal Sassarese al Cagliaritano, attraversando le regioni storiche dell’isola. Per dirci che ciascun territorio ha una sua identità. Ogni paese racconta lavoro e festa, usanze e prodotti che testimoniano la singolarità di una grande ricchezza creativa.

Ci mostra un grande museo vivente che è nello stesso tempo verità storica vissuta nella pratica di vita, nell’esperienza del fare e dell’invenzione: un’offerta per i sardi a prendere coscienza dei propri e veri giacimenti culturali, e per gli ospiti un dispositivo per sperimentare un autentico turismo culturale.

Nessun ritorno al passato, la tradizione è il modo con cui la Sardegna si apre al presente, un mondo vitale locale che interferisce col globale. Prodotti alimentari e prodotti artigianali che approdano alla qualità e alla scelta confrontandosi con il mercato mondiale. E proprio nel contatto e nel confronto si hanno rilanci creativi. Inventare la tradizione vuol dire cogliere ciò che del passato è capace di elaborare prospettive di crescita e rinnovamento. La tradizione è cultura di relazione: interferenze, traduzione, possibili integrazioni e differenziazione. D’altronde l’identità si conquista nel fare e nel comunicare.

Nella lettura del libro ciò chi più colpisce è la ricchezza di varietà nella tipologia della festa, nell’identità dei riti, nella produzione artigiana, nella gastronomia, nella panificazione, nella qualità dei vini, degli oli e dei dolci. E che dire del piacere del gusto, assaggio raffinato o abbuffata, dello zimino e della giogga minuda sassarese, della zuppa gallurese, dei culurgiones ogliastrini, del porcetto barbaricino.

Quella sarda è la civiltà del pane, anche nella produzione e consumo quotidiano: il pane fine di Ozieri, il carasau e pistoccu del mondo pastorale, il civraxu sanlurese e campidanese. Ma ancor più singolare è le ricca varietà dei pani cerimoniali legati alle diverse ricorrenze festive: una raffinata arte effimera che possiamo visitare nei musei del pane. Non è necessario essere dei sommelier per scoprire la differenza di gusto tra un vermentino, un cannonau e un carignano, ma anche tra un cagnulari e un torbato.

Anche la festa è declinata nella ritualità più diversa: dalla maestosa processione di sant’Efisio di Cagliari alla riservata compostezza di San Francesco di Lula, alla ritualità stupefacente dei Candelieri di Sassari. Una lettura più attenta ci svela che l’Ardia di Sedilo, di Santulussurgiu, di Pozzomaggiore non è una corsa ippica, bensì memoria storica, rituale sempre rinnovato della promessa e della grazia. L’abilità, il coraggio e il rischio dei cavalieri è dentro l’atto di fede: sas pandelas sono stendardi benedetti, segni della vittoria. Così come la Sartiglia non è una giostra equestre ma rito di propiziazione per buoni frutti di terra e di lavoro: cerimonia della vestizione, gesti benedicenti del Componidori.

I riti della Settimana Santa di Castelsardo, di Santulussurgiu, di Iglesias e Orosei suscitano un coinvolgimento profondo in una drammaticità di gesti e canto. Il libro da un giusto risalto alla cultura musicale sarda, sia ai canti religiosi che a quelli profani: canti di Natale, della Settimana Santa, gosos , goccius, ma anche muttetos e attitos, canti a chitarra. La Sardegna ha un patrimonio musicale di inestimabile valore come varietà di strumenti musicali tradizionali sia come ricchezza di espressioni canore. Launeddas e tenores sono reperti musicali antichissimi che costituiscono brani di eccellenza nell’ambito della musica etnica mondiale, inseriti nel circuito della world music. Il canto a tenore, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, ha tratti distintivi singolari: il basso e la contra non sono voci di testa o di petto, sono voci ingorgate che vengono dalle viscere, con contrazione della faringe, nasalizzazione e regolata apertura della bocca.

Sono le stesse fotografie del libro a mostrarci l’alta qualità artigiana dei tappeti e degli arazzi con le diverse varietà di disegni: da Bonorva a Nule, da Sarule a Samugheo, Mogoro, Morgongiori e Isili. Questo libro è un testo esauriente d’informazione per conoscere e apprezzare i tesori del patrimonio materiale e immateriale della Sardegna ma è anche un pretesto per interrogarsi su una intelligente politica dei beni culturali. Il concetto di patrimonio è statico, ha odore di museo, occorre passare dal concetto di bene culturale a risorsa culturale in una dinamica di valorizzazione e investimento per una produzione di ricchezza materiale e spirituale. Il patrimonio ereditato è in una continua ridefinizione, l’importante è che ci si riconosca e che il mutamento si elabori per linee interne di una identità in cammino. Molti oggetti non hanno più l’antico valore d’uso né lo stesso valore simbolico perché rispondono a nuovi gusti e bisogni: la cassapanca non custodisce più il corredo della sposa o i pani, diventa un importante pezzo di arredo. Una brocca, nella diverse configurazioni, diventa un prezioso soprammobile. Il coltello, pattadese
o arburese, risponde a vecchi e nuovi bisogni.

A difesa e valorizzazione della tradizione bisogna constatare che un prodotto sardo quanto più è identitario tanto più trova sbocco nel mercato mondiale.

* Antropologo,

giornalista e scrittore

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