Deaver e l’America di Trump «Una nazione senza identità»

Il grande scrittore di Chicago ospite ieri della rassegna “Florinas in giallo” «Il Russiagate? Non so se abbia deciso le elezioni ma è stato un atto di guerra»

INVIATO A F LORINAS. «L’America ai tempi di Donald Trump? Sinceramente, per raccontarla come vorrei mi servirebbero almeno dieci pagine del vostro giornale, tuttavia farò di tutto per sintetizzare il mio pensiero. Che, lo dico subito, non è affatto positivo». Sorseggia con gusto un bicchiere di vermentino “Chimera”, Jeffery Deaver, quando gli chiedi per una volta di non parlare di letteratura, ma di svelarti luci e ombre dell’attuale società statunitense. Sorseggia e sorride, anche se a tratti il suo viso diventa serissimo. Nato vicino a Chicago nel 1950, lui – autore di bestseller thriller tradotti in venticinque lingue – in questi giorni è ospite del festival letterario “Florinas in giallo”, non soltanto per promuovere il nuovo romanzo dal titolo “Il taglio di Dio”, edito in Italia da Rizzoli. E dopo tante interviste sulla sua prolifica attività narrativa non si tira indietro se c’è da affrontare argomenti politici. Anzi, vestito di nero con una pochette gialla (quindi assolutamente in tema con i colori della rassegna), punta lo sguardo sulle Tenute Soletta e non si risparmia. «Spiace dirlo – attacca –, ma adesso che alla Casa Bianca c’è Trump il mio Paese si trova in gravi difficoltà, al punto che ora in America è impossibile parlare di politica senza che si accenda una discussione animatissima. Questo presidente, ancor prima del suo insediamento, ha prodotto una spaccatura forte tra destra e sinistra, ma anche tra persone bianche e persone di colore. Tra l’altro prendendosi i meriti di un’economia fiorente che in realtà è stato Barack Obama a favorire».

Mister Deaver, che sensazione le provoca ascoltare slogan come “America first”?

«Si può essere patrioti e amare il proprio Paese senza comunque pensare che il bene della tua nazione lo si debba fare alle spese degli altri. Io sono convinto che tutti possiamo crescere insieme».

Lei del Russiagate che idea si è fatto?

«Ovviamente non posso sapere con certezza come si sono svolte le cose, anche perché è una questione che è oggetto d’indagine proprio in questo momento. Tuttavia le prove che la stampa autorevole ha portato sotto gli occhi di tutti lasciano pensare che effettivamente ci sia stato un coinvolgimento della Russia nelle scorse elezioni. Questo però non significa che Trump sia stato eletto perché i russi ci hanno messo lo zampino, probabilmente avrebbe vinto comunque, ma il semplice fatto che la Russia abbia volutamente provato a influenzare il voto io lo considero un atto di guerra. Anzi, sono spaventato nel vedere che sinora le nostre sanzioni nei confronti della Russia siano state così ridotte».

Steave Bannon, lo spin doctor di Trump, ha appena elogiato Salvini. Dice che la rivoluzione sovranista partirà dall’Italia. C’è da credergli?

«Bannon è stato cacciato dallo stesso Trump e nessuno negli Usa lo prende più sul serio. Io credo che lui venga qui in Italia per cercare in qualche modo di accreditarsi. Comunque sia questa forma di nazionalismo non va presa sotto gamba, la storia insegna».

Per concludere, che fine
hanno fatto i bambini figli degli immigrati messicani? Sono ancora separati dai genitori?


«Da quanto ne so io molti si sono riuniti con le famiglie, ma pare che circa 400 bambini siano ancora bloccati negli Usa in centri di detenzione: le famiglie d’origine non si trovano».

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