Addio a Massole, il prof che scelse la miniera

Nato a Buggerru, aveva 88 anni. Per il libro “Stefanino nacque ricco” ottenne il Premio Diritti Umani

IGLESIAS. Manlio Massole, il professore di Lettere che abbandonò la cattedra per fare il minatore «come gli altri miei compagni delle elementari», è morto ieri nella sua casa di Iglesias tenendo la mano al figlio Riccardo e alla moglie Rosanna Palmas. Nato a Buggerru, aveva 88 anni. Nel 2007, per il libro “Stefanino nacque ricco”, ottenne il Premio Italia Diritti Umani. Nella raccolta di poesie“Bethger: il lungo dolore”, pubblicata nel 1976, compaiono i versi per l’ecatombe dei minatori del 1904 durante il primo sciopero in Italia. Si legge: «Io dico tre uomini uccisi/ io dico tre pene di sangue/ io dico tre voci di lotta/ Era domenica quel quattro di settembre,/ il mare era in tempesta e il cielo livido. Noi nascemmo in quel giorno/ dal sangue che moriva / di Felice Lìttera, di Salvatore Montixi, di Giustino Pittau/ imbattutisi nell’orrore del 42° fanteria. I servi volevano essere meno servi,/ gli uomini un po’ più uomini;/ ma non ci fu pietà nel giorno del Signore».

È stato un cantore epico del lavoro nel Sulcis. A La Nuova Sardegna, quindici anni fa, aveva ricordato i suoi giorni da professore di Lettere per diventare poi minatore. Gli ex alunni? Cesare Di Palma, Giorgio Puggioni, Celestino Porcu, Pietro Caddeo. Li ricordava nello studio della sua casa di Iglesias, grattacielo di via Gramsci, a due passi da piazza Quintino Sella. Manlio Massole, professore-mito passato per scelta dalla cattedra alle gallerie sottoterra, aveva avuto “quei ragazzi” tra i banchi delle medie di Buggerru dove insegnava Italiano, Storia e Geografia. In estate, dal capoluogo minerario rientrava a Buggerru, “Piccola Parigi” per la presenza di molti dirigenti e industriali francesi. Ci stava mesi. «Mi trovavo bene, era Bengodi, paese dei giocattoli, d’estate la ragazza non ti mancava mai». Perché lascia la cattedra? «Un amico mi provocava, guardandomi negli occhi mi chiedeva: sudi molto quando spieghi? E sorridevo. Un altro: ma se dalla cattedra ti cade la penna te lo frattura il piede? Altro sorriso. Ne ricordo un’altra di frase che, in quell’ambiente, andava decodificata: può capitare che il registro ti scoppi tra le mani e ti sfregi il volto?».

I Massole sbarcano in Sardegna a metà dell'Ottocento. Il nonno di Manlio si chiama Stefanino, arrivava da Lessolo, in Piemonte. Si ferma a Fluminimaggiore, diventa sindaco. Manlio è il primo di sette fratelli. La mamma Giovannina Tomasi è di Gonnosfanadiga.

Elementari a Flumini dove il padre era applicato di segreteria in Comune ma gestiva anche terreni, un forno, un negozio. Papà fascista. «Nel 1938 avevo otto anni, vado all’inaugurazione della Fondazione di Carbonia alla presenza di Mussolini». Manlio diventa presto uno dei leader della sinistra. Sinistra etica. La sua vita scorre nella pagine di “Stefanino nacque ricco”. Prima e ultima pagina identiche, nell’utopia della giustizia sociale, di un cristianesimo e un marxismo
irrealizzati. Tre righe: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; Nel nome dell'Anarchia, del Socialismo e della Rivoluzione; Nel nome dell'Uomo, della sua carnalità e del suo pianto”. Nell’ultima pagina, dopo le tre righe uguali alla prima, tre parole: “La lotta continua”.

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