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Intrecci per pescare

Intrecci per pescare

L’antica arte delle nasse carlofortine raccontata da Mario Ferraro

Tra gli antichi mestieri in via di estinzione, c’è quello del costruttore di nasse da pesca. Spesso, forgiate dalle mani del pescatore stesso che, dopo averlo visto fare dagli anziani, decide di provvedere in proprio, così da rendersi autonomo e dotarsi del medesimo attrezzo che poi andrà a calare e salpare in mare centinaia di volte. Così accadeva un tempo nei borghi marinareschi come Carloforte, dove la pesca era una delle attività economiche principali degli isolani e l’arte di arrangiarsi, ovvero essere al contempo artigiani e conoscitori di altre abilità e mestieri, era una prerogativa di vita e sopravvivenza in tempi difficili. Oggi si calano ancora le nasse, ma non sono più quelle di una volta. Sono più piccole, prodotte in serie a livello industriale e sono fatte di materiali metallici, rigidi e sintetici, cosi da poter essere adoperate con maggiore maneggevolezza a bordo dei pescherecci. Talvolta costituendo un danno per l’ambiente, considerando le calate selvagge di migliaia di pezzi legati in serie da cime e lasciate in mare per un tempo indefinito, spesso in zone molto delicate per la biodiversità, come nelle praterie di posidonia. Ritornando alla tradizione, a Carloforte è ancora viva quella di costruire le nasse come si faceva nel secolo scorso, utilizzando materiali naturali.

I pescatori campani

Fino a qualche decennio fa, chi passeggiava sul lungomare, in particolare nel rione Sanità, poteva vedere ed ammirare anziani pescatori che, seduti alla porta del loro magazzino, costruivano le nasse, ma anche altri oggetti utilizzando la stessa tecnica di intreccio. Sempre col sorriso sulle labbra e pronti a spiegare, raccontare e fornire ogni risposta alle domande di coloro che si fermavano ad osservarli, in particolare i turisti. Era il caso di intere famiglie di pescatori, come gli Scotto, i Feola, i Leone e i Porricino, cognomi provenienti dall’emigrazione campana a Carloforte, avvenuta dopo quella tabarchina e ligure. Alcuni, erano molto conosciuti e fotografati, come Salvatore Senis, Carmelo Porricino e Giuseppe Leone, che avevano alle spalle anche esperienza in tonnara. L’ultimo rimasto sulla piazza ha lo stesso piglio dei loro ex colleghi. Lavora con lo sguardo attento, la pazienza e l’orgoglio di chi sa di rappresentare qualcosa di importante, nel suo genere. Lo si riconosce da lontano, a causa dei folti capelli bianchi arricciati. E’ Mario Ferraro, classe 1933, seduto sul suo sgabello, mentre indossa una camicia pesante e porta i classici stivali ai piedi. Se li si chiede del lavoro che sta facendo, ovvero intrecciare fibre vegetali con spago e supporto per costruire la nassa, dopo le prime spiegazioni, affonda dritto nei ricordi, della sua esperienza di vita. Cadenzando ogni frase senza eccedere in lungaggini, nonostante ci sia molto da raccontare. Vuole che chi lo ascolta capisca che quello che sta facendo ha origini lontane.

Il lavoro del marinaio «Sono andato via da Carloforte nel 1951, verso Genova. Il primo vapore l’ho preso a Rotterdam, siamo andati in India, a caricare minerale di ferro, poi ad Amburgo, Abbiamo trasportato anche grano verso il Canada e il Giappone. Eravamo un equipaggio di 48 persone, con me c’erano altri carlofortini. Ero imbarcato da garzone di cucina, guadagnavo 60 mila lire al mese. Me ne tenevo 10 e gli altri li mandavo alla Posta di Carloforte, dove mia sorella era direttrice. E’ stata una buona cosa, perché quando sono ritornato, dopo i lunghi imbarchi, ho ritrovato bei soldi, evitando di spenderli a vanvera. Sono sbarcato per prendere impiego nella mia isola, nel cantiere del maestro d’ascia Angelo Biggio. Abbiamo fatto una barca da pesca di 11 metri, con motore montato dai fratelli Cambiaggio. Dopo il varo, ho iniziato ad andare a pescare. Abbiamo fatto le reti, le “bestinèe”, con mio zio Domenico. Un mestiere che ho fatto per vent’anni. Prendevamo le aragoste, le portavamo vive al bastimento aragostiera, che veniva da Marsiglia. Stavamo per il mare con due gallette dure bagnate nell’acqua di mare, che vita facevamo! Partivamo alle 4 del mattino e ritornavamo in paese alle 5 o alle 6 del pomeriggio. C’era mia madre a riceverci dal molo. Poi calavamo i palamiti leggeri, per prendere pesci piccoli, come donzelle e saraghi, che andavamo a vendere al mercato cittadino. Mi occupavo direttamente della vendita, trattavo con i clienti. Per racimolare 5 mila lire ci voleva tutta la mattina. Ho cominciato a far nasse quando non ero in mare a pescare. Vedendo chi li faceva, ho voluto provare anch’io. Dopo vari tentativi, ci sono riuscito. Si comincia con tre giunchi lunghi e si prosegue. Facevamo i “bargelluìn”. E’ un lavoro che richiede molta pazienza. Prima, bisogna cercare il materiale che occorre, giunchi ed altri rametti presi dalla macchia mediterranea. Andavo a cercarli a Spagnole la campagna di mia madre. Ci vogliono i piccoli giunchi, poi le “trappe”. Quelle di ulivo sono più belle, più dure. Le altre servono per completare il lavoro. Ne facevo un paio alla volta. La vita era così, difficile. A volte, quando venivamo da pescare, mangiavamo solo patate dure, perché non c’era il gas per cuocerle. Ma siamo diventati uomini e siamo ancora qui a raccontarlo. Dei giovani mi hanno portato un mazzo di giunchi da Assemini, in cambio gli ho dato dei polpi che avevo pescato. Ho fatto “scambio merci”, come si faceva un tempo. Oggi non ci lavoro sempre alle nasse. Lo faccio a tempo perso. Sono di quelli all’antica. Mi piace essere ambizioso, ma nella vita si fa quel che si può».

La tradizione continua Un pescatore più giovane, che ha raccolto la sfida di costruire nasse per tenere la tradizione è Attilio Porricino. «Questa passione è nata 30 anni fa, ero ragazzo, mio padre faceva il pescatore e mi raccontava sempre come facevano le nasse. Quando ho iniziato operavo con le reti. Poi, mi è venuta l’idea di provare con le nasse. Raccoglievo i giunchi nell’omonima località della nostra isola e al Canalfondo, con l’ultima luna piena di agosto. Poi si fanno essiccare, mentre i ramoscelli d’ulivo si lasciano a bagno una notte. L’estremità più grande della nassa si chiama “campa” (con l’apertura verso l’interno, dove entra il pesce) e la più piccola “porta” (dove si infila l’esca), che si chiude con ramoscelli appositamente piegati. In mezzo, la struttura semiconica è il “cannone”. Ce ne sono di due tipi. Le piccole, utilizzate per pescare polpi, murene e gronghi, si calano a profondità dai 10 ai 15 metri. Le grandi, dette “bargelloni”, alte 2 metri e larghe mezzo metro, si calano più in profondità, tra i 50 e i 60 metri. Servono per catturare i crostacei, come le aragoste,
anche se oggi sono ormai in disuso, perché queste prede pregiate si pescano con le reti. Con questa tecnica di intreccio si possono costruire vari oggetti. I più comuni, sono cestini di varie dimensioni, ma anche lampade e rivestimenti per bottiglie, molto apprezzati dai turisti».

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