I primi albori della civiltà dalla comparsa degli ominidi sino alla “Cultura di Ozieri”

Le tracce più antiche di presenza umana nella grotta di Nurighe a Cheremule Nell’Età del rame i resti di civiltà evolute in diverse parti dell’isola

Venerdì prossimo arriva in edicola con la Nuova Sardegna, a 8,70 euro oltre il prezzo del quotidiano, “I tesori della Sardegna prenuragica”, sesto volume della collana “Tesori nascosti di Sardegna”. Il periodo preso in considerazione è la preistoria della Sardegna, a partire dal Paleolitico inferiore.

PALEOLITICO. Al paleolitico inferiore è stata fatta risalire, infatti, la presenza dell’uomo sull’isola, grazie a diversi reperti litici dell’epoca, compresa tra il 450.000 e il 120.000 a.C., rinvenuti in diversi siti del Sassarese. A questi reperti si aggiungono quelli della grotta Nurighe, nel territorio comunale di Cheremule, dove ai resti di animali si somma il ritrovamento di una falange umana di oltre 200.000 anni fa. Per le successive tracce di ominidi sull’isola dobbiamo fare un salto temporale che esclude l’intero Paleolitico medio per approdare, in assenza di testimonianze certe, a quello superiore, con le più antiche attestazioni della presenza dell’homo sapiens in Sardegna, ricavate dalle schegge di alcuni strumenti, resti di pasti e, ancora una volta, da una falange umana databile a circa 20.000 anni fa, oggetti rivenuti nella grotta Corbeddu di Oliena, presso la Valle di Lanaittu nel Nuorese. Altri reperti del periodo provengono dal sito di Santa Maria Is Acquas, a Sardara, nel Medio Campidano.

MESOLITICO. Per quanto riguarda questo periodo importanti attestazioni ci sono pervenute dal riparo sotto roccia di Porto Leccio, presso Trinità d’Agultu e Vignola, in Gallura, e ancora da Sa Coa de Sa Multa e dalla grotta di Su Coloru a Laerru: niente resti umani, in questi casi, ma diversi frammenti di lavorazione della selce e manufatti dello stesso materiale. Per i reperti ossei ascrivibili a questo periodo dobbiamo spostarci nel Sulcis, presso il riparo sotto roccia di Su Carroppu, sulle colline calcaree di Sirri, da cui sono emersi resti databili al 9000 a.C. La transizione tra Mesolitico e Neolitico è caratterizzata invece da una scoperta sensazionale fatta nel 2011, quando lungo le coste di Arbus, nel Medio Campidano, nei pressi della battigia di Su Pistoccu, è emerso lo scheletro di un ominide vissuto tra i 10.000 e gli 8200 anni fa.

NEOLITICO ANTICO. Ma il periodo in cui si registra una fase decisiva per quanto riguarda il popolamento dell’isola è il Neolitico antico, quando alla lavorazione della selce si affiancò quella dell’ossidiana, l’oro nero della preistoria proveniente dal Monte Arci, nell’Oristanese. La presenza in Sardegna di questa pietra, di facile lavorazione e che consentiva di produrre strumenti particolarmente affilati, fu probabilmente determinante per il popolamento dell’isola, e come dimostrano i rinvenimenti sull’intero territorio, ma anche in Corsica e nell’Italia settentrionale, era senz’altro al centro di scambi commerciali.

NEOLITICO MEDIO. Si sviluppano invece le prime culture vere e proprie, a partire da quella di Bonu Ighinu – tra il 4900 e il 4300 a.C. circa – il cui nome deriva dalla località in territorio di Mara in cui si trova la grotta di Sa ’ucca ’e su tintirriolu, sito associato ai primi rinvenimenti. A questa cultura, che si diffuse in buona parte dell’isola, oltre le testimonianze rivenute in grotte e ripari sotto roccia si ascrivono i primi villaggi e, come vedremo parlandone in modo più approfondito, la più antica necropoli della Sardegna, quella di Cuccuru is Arrius, nel territorio di Cabras, cui sono associati i primi oggetti votivi d’uso funerario come le statuette della Dea Madre. La successiva cultura, in continuità con questa e che si avvia quindi nel 4300 a.C. per concludersi nel 4000 a.C. è quella di San Ciriaco, dall’omonimo insediamento di Terralba, in provincia di Oristano, che chiudendo il Neolitico medio rappresenta una cerniera tra le culture di Bonu Ighinu e quella di San Michele, che apre il Neolitico recente.

NEOLITICO RECENTE. Compresa tra il 4000 e il 3200 a.C. circa, questa cultura è detta anche di Ozieri, in quanto la grotta di San Michele che le dà il nome si trova nel territorio di questo Comune del Sassarese. Si tratta della prima grande cultura sarda, con una diffusione capillare, come vedremo, in tutto il territorio isolano, sviluppatasi sull’espansione del già citato commercio dell’ossidiana, che rese la Sardegna del tempo un centro di grande rilevanza per l’intero bacino del Mediterraneo. Di pari passo con questo sviluppo va quello dei villaggi, sempre più diffusi e sempre più estesi, da nord a sud. Ritroviamo, tra i più importanti, ancora quello di Cuccuru is Arrius e, sempre nell’Oristanese, quello di Serra Linta, in territorio di Sedilo, mentre nel Cagliaritano quelli rilevanti di San Gemiliano, a Sestu, e Su Coddu, a Selargius.

Ma la massima espressione di questa civiltà è data dalle architetture funerarie, che saranno l’elemento dominante di questo volume. Il culto dei morti in questo periodo si manifesta attraverso diverse forme monumentali, come quelle ascrivibili al megalitismo di area mediterranea, con sepolture in dolmen, allées couvertes, cisti litiche all’interno di circoli di pietra – questi ultimi ben rappresentati nella facies gallurese – ma anche e soprattutto con le tombe ipogeiche delle cosiddette domus de janas, letteralmente “case delle fate”, come vuole la tradizione, scavate nella roccia e che si presentano all’esterno, condizionando fortemente il paesaggio, come piccoli accessi aperti – in costoni affioranti o, in diversi casi, in massi erratici – che immettono nella grotticella. Tra le più importanti necropoli di questa tipologia si ricordano quelle di Anghelu Ruju, nel territorio di Alghero, di Sant’Andrea Priu, presso Bonorva, entrambe nel Sassarese, e di Montessu, a Villaperuccio nel Sulcis. In taluni casi si presentano monumenti a tecnica mista, in parte megalitici e in parte ipogeici, come il dolmen di Monte Maone, ancora nel Sassarese in territorio di Benetutti. Tra i siti più importanti del periodo troviamo quello di Pranu Mutteddu, nel territorio di Goni nel Cagliaritano, dove nei pressi di una necropoli a domus de janas ne sorge un’altra formata da tombe a circolo intorno alla quale si registra la massima concentrazione di menhir della Sardegna.

ETÀ DEL RAME. La cultura di Ozieri si evolve verso l’Eneolitico, con l’acquisizione di rudimentali tecniche di estrazione e lavorazione dei metalli, per entrare appieno in questo periodo, detto anche Età del Rame, nella propria fase finale, tra il 3200 e il 2900 a.C. circa, denominata per convenzione facies Sub-Ozieri, ma in sostanziale continuità con la precedente. I siti maggiori e più interessanti di questo periodo sono sorti nel Cagliaritano: ne è un esempio la già citata area archeologica di Su Coddu.

Si assiste quindi a un progressivo aumento della produzione di oggetti in metallo, e a una progressiva diminuzione di quelli in ossidiana – per quanto quest’ultima non venga ancora abbondata – ma non si modificano in modo sostanziale né i villaggi né le tecniche di sepoltura, che vedono il riutilizzo delle domus de janas precedentemente scavate. Il successivo passaggio evolutivo rispetto alla facies Sub-Ozieri
è quello delle culture di Filigosa, dal 2700 a.C. circa, e di Abealzu, dal 2900 a.C. circa, che prendono il nome dalle rispettive località dei territori di Macomer, in provincia di Nuoro, e di Osilo, in provincia di Sassari, in cui sono state individuate la prima volta.



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