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Brigata Sassari: Andrea Di Stasio, il generale che sogna di essere “babbu mannu”

Il comandante dei Dimonios: in pochi mesi mi sono innamorato dell'isola e della sardità. Carriera internazionale e una vita di "gioie semplici"

Dopo aver lavorato negli scenari incandescenti della Bosnia, dell’Iraq e della Somalia, il generale di brigata Andrea Di Stasio affronta in Sardegna la sfida forse più delicata e coinvolgente di una carriera da «numero uno» sin dai tempi dell’Accademia, dove fu il primo del suo corso. Di Stasio, 51 anni, romano, pilota di elicotteri, è da quattro mesi il 44° comandante della Brigata Sassari, più di tremila soldati che hanno saputo farsi rispettare e amare dovunque abbiano lavorato per riportare la sicurezza e la pace. Tornati dalle missioni in Afghanistan, Iraq e Libia, i Dimonios si preparano a un nuovo difficile compito, questa volta in Italia: il comando dell’operazione «Strade sicure» a Roma.

‘‘La Brigata Sassari  è una delle anime dell’isola – dice il generale Di Stasio –. Arrivato qui, ho scoperto subito di essere pervaso dalla sardità. Il mio sogno è essere riconosciuto dai soldati come «babbu mannu»: se ci sarò riuscito me lo faranno capire, magari regalandomi un coltello tradizionale, la pattadesa o l’arburesa, la gratificazione riservata a chi si è dimostrato un vero leader e ha saputo condividere i sacrifici di tutti, nei successi come negli insuccessi. La Brigata Sassari ha la peculiarità di essere formata all’85 per cento da personale locale. Ed è l’unica in cui ci sono tanti soldati che possono dire di avere nonni o bisnonni caduti nella Grande Guerra tra le fila dei Dimonios. La mia responsabilità enorme è di rappresentare la sardità con onore e fierezza, la stessa fierezza che sento in tante persone che mi capita di incontrare e che mi rivelano: «Io ero sassarino».

“Penso di essere un uomo fortunato. Dall’Accademia militare di Modena sono uscito come capo scelto di reggimento, il primo del corso. Eppure ero «l’uomo venuto dal nulla»: così avevano scritto accanto al mio nome nell’albo degli allievi. Papà era un contadino di Luogosano, in Irpinia. Richiamato nel 6° Bersaglieri fu fatto prigioniero a Termini Imerese durante lo sbarco alleato in Sicilia. Prigioniero in un campo di concentramento francese a Biserta, in Tunisia, trovò un cappellano militare che lo fece studiare. Presa la quinta elementare e tornato a casa, nel 1947 diventò carabiniere e fu trasferito a Roma.

“Il primo servizio di mio padre fu per una manifestazione all’aeroporto dell’Urbe: c’era una grande folla che premeva per entrare, ma non potevano passare tutti. Allora lui diceva a quelli che si presentavano all’ingresso: «Fatemi vedere le mani», e lasciava passare chi le aveva piene di calli e sporche di terra. Questo racconto ha segnato la mia vita. Perché andrò sempre nell’ultimo posto sperduto di ogni caserma a stringere le mani di chi ha i calli.

“Io e i miei quattro fratelli siamo nati a Roma, papà e mamma ci hanno cresciuto con la loro saggezza semplice e siamo diventati tutti militari. Un destino obbligato? No, per noi era un sogno da inseguire e da realizzare. Eravamo ragazzi di borgata, non viaggiavamo e non pensavamo di farlo. Ma alle superiori grazie alla scuola sono andato a Manchester e Hannover e ho cominciato a uscire dal microcosmo di Torre Spaccata.

‘‘Quando sento «Adesso tu» di Eros Ramazzotti, che è del quartiere vicino, rivedo la mia adolescenza, ed è comunque un ricordo felice, mia madre che ci preparava sette teglie di pizza, ci cuciva i pantaloni, faceva le maglie. La realtà di molte famiglie di allora… Il primo jeans credo di averlo comprato a 15 anni, in una bancarella di via Tuscolana. Il più grande di noi fratelli entrò nell’esercito a 16 anni, altri due nei carabinieri: adesso sono in pensione. Io e il mio gemello Antonio – che oggi è comandante provinciale dei carabinieri a Palermo – eravamo molto bravi a scuola e dopo il liceo scientifico siamo entrati all’Accademia. Poi ho preso la laurea in ingegneria meccanica, sono diventato pilota di elicotteri, mi sono laureato anche in Scienze internazionali a Trieste, ho frequentato master a Madrid. Da questi studi e dalle mie esperienze di lavoro all’estero sono nati due libri, sull’Iran e sul Maghreb. Ho partecipato alle missioni operative in Bosnia, sono stato comandante del gruppo elicotteri in Iraq e consigliere strategico del ministro della Difesa in Somalia. Noi studiamo molto, ci addestriamo e facciamo grandi sacrifici, come gli atleti, con l’obiettivo di esprimere capacità altissime. Solo attraverso il duro lavoro si può diventare «bravi» militari e leader. Qualche anno fa sono stato incaricato di studiare la costituzione di un reggimento elicotteri a supporto delle forze speciali. A Viterbo è nato il reggimento Aldebaran, del quale sono stato il primo comandante.

‘‘Ho scelto un motto che è anche il mio: «Durabo», resisterò, l’ho scoperto in un libro di Wilbur Smith. Vorrei andare oltre gli stereotipi sul coraggio e sulla paura. Noi siamo cittadini italiani, cittadini in uniforme. Gli esseri umani non amano la guerra, non sono felici di andare in operazione. Ho fatto preparare un libro dedicato a tutti i caduti della Brigata perché non vadano dimenticati il loro coraggio e la loro forza: ci hanno donato un mondo migliore. Anche loro avevano sicuramente paura, tutti ce l’hanno, persino noi militari di oggi. Desideriamo sempre tornare a casa. La difesa della Patria è difesa della pace, della democrazia, della cultura italiana ed è qui che troviamo il coraggio, nell’idea di un mondo che sia un’oasi di serenità da donare ai nostri figli: almeno «il migliore dei mondi possibili», come diceva Leibniz. La Brigata Sassari ha più di tremila uomini e donne che possono essere impiegati in qualsiasi teatro operativo nel mondo, l’esercito italiano è cresciuto tantissimo negli ultimi anni e all’estero ci riconoscono di essere sempre più bravi nelle risposte alle crisi e nella stabilizzazione, cooperazione e ricostruzione.

‘‘Un’altra fortuna della vita è aver conosciuto mia moglie, vent’anni fa. Figlia di un croato e di una serba. Mia mamma era un po’ restia, sapete com’è: moglie e buoi dei paesi tuoi. Ma ha vinto l’incoscienza di un amore sincero e mi si è aperta una nuova finestra sul mondo. La mia è a tutti gli effetti una famiglia europea. Il primo figlio, che ha 13 anni, è stato concepito a Madrid ed è nato a Roma, il secondo (8 anni) è nato a Parigi quando ero ufficiale di collegamento al comando strategico francese ai tempi della primavera araba. Si può dire che la crisi dei Balcani l’ho vissuta in casa, con tutte le difficoltà che i familiari di mia moglie affrontavano per potersi incontrare. Lei mi ha seguito ovunque. I ragazzi sono abituati ai traslochi continui, ma il più grande è nell’età in cui adattarsi comincia a diventare più difficile. Bene, posso dire che sin dal primo giorno di scuola si sono sentiti a casa. E mia moglie ama questa terra ancora più di me, mi sa che al prossimo trasloco rimane qua… Posso sembrare retorico, ma io vivo di queste gioie semplici. Semplici per modo di dire. L’ho detto prima: sono fortunato e ringrazio il Signore. Nei discorsi abbandono spesso il testo scritto e parlo a braccio e mi commuovo, non sono un soldato forte… Ho imparato l’inno dei Dimonios e lo canto con i miei soldati. Uno dei momenti più forti di questi primi mesi in Sardegna è stato a Ittiri: la banda della Brigata, dopo aver ricevuto un premio, ha cominciato a suonare e duemila spettatori si sono alzati in piedi e hanno cantato tutti insieme.

‘‘Ci sono quelle parole alla fine dell’inno, «la nostra fede non è vendibile», che esprimono l’animo vero degli uomini e donne della Sassari, tra i migliori soldati italiani. Anzi, da comandante lo dico fiero: i migliori. Ora

con l’apertura della caserma a Nuoro ci saranno ulteriori possibilità per i militari sardi di avvicinarsi a casa: la famiglia per un soldato è importante e starle vicino in tempo di pace è bello. Parola di un figlio e fratello di militari e comandante della Brigata Sassari”.
 

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