La magia di “Mistero buffo” rivive sul palco dell’Eliseo

Il capolavoro di Dario Fo sabato per la rassegna nuorese organizzata dall’Isre Mario Pirovano: «Fo e Grazia Deledda? Vicini ai valori del mondo popolare»

«Se la distanza nello spazio e nel tempo non gli avesse impedito di incontrarsi, da ragazzi Dario Fo e Grazia Deledda sarebbero andati sicuramente molto d’accordo; da adulti, però, tra loro ci sarebbero state delle belle discussioni. Ma sempre con molta simpatia». Se lo dice Mario Pirovano c’è a crederci. Infatti anche se, per ragioni anagrafiche, lui non ha mai conosciuto la Deledda, con Fo – e Franca Rame – ha diviso il palco fin dal 1983, quando è entrato nella loro compagnia, e ha coltivato un’amicizia lunga più di tre decenni.

Questo sabato alle 21 Pirovano porta al Teatro Eliseo di Nuoro il capolavoro di Fo “Mistero buffo” (che nel 2019 compie cinquant’anni), per la rassegna organizzata dall’Isre “Il Nobel incontra i Nobel”, che prevede anche la mostra “Il mondo popolare narrato da Dario Fo” nell’ex Artiglieria di viale Sardegna.

Nobel alla Deledda nel 1926; Nobel a Fo nel 1997: come sarebbe andata tra loro se si fossero conosciuti?

«Dario e Grazia sono stati entrambi capaci di determinare il loro destino, però bisogna considerare che sono cresciuti in due epoche e due paesi completamente differenti. Nell’opera di entrambi ci sono dei personaggi in qualche modo simili. Penso ai servi e ai viandanti descritti dalla Deledda, che sembrano usciti da “Mistero Buffo”. Solo che Dario li tratta con un’enorme ironia e con grande disincanto, soprattutto verso il tema del sacro».

E la Deledda invece?

«Per Grazia, che ha una capacità straordinaria di tirare fuori i sentimenti umani, l’aspetto religioso è molto forte, c’è poco spazio per l’ironia e per il gioco. Mentre Dario è tutto teso a non lasciare questi personaggi schiacciati nella loro condizione, Grazia, per il tempo in cui è immersa, considera il riscatto ancora da venire, nonostante in Sardegna già da anni ci siano dei movimenti che cercano di ribaltare la situazione».

I due Nobel sono uniti soprattutto dall’attenzione per il mondo delle campagne, che conosce bene anche lei, per esserci nato. Cosa pensa della proposta del governo di concedere terreni alle famiglie con tre figli?

«Devo dire che non ho ben chiaro a cosa possa servire la proposta. Vogliamo regalare una terra anche a chi vive in città, invece di aiutarli in un modo più sensato? Allora facciamo come al tempo del fascismo, quando mandavano i contadini del Veneto e dell’Emilia Romagna a fare le bonifiche nel Lazio: allora, però, la cosa aveva un senso perché quei contadini facevano la fame su al Nord».

Lo zanni, il contadino, è il protagonista di uno dei monologhi di “Mistero Buffo” che porterà a Nuoro. Ce ne anticipa qualcun altro?

«Porterò anche il miracolo di Lazzaro, che racconta come noi italiani abbiamo nel dna questa ossessione per i miracoli. E poi la giullarata di Bonifacio VIII e il primo miracolo di Gesù Bambino, tratto dai Vangeli apocrifi».

Quest’ultimo, in particolare, è di grande attualità.

«Sì, anche se oggi la situazione è ancora peggio, se si pensa alla notizia dei bambini separati nella mensa scolastica. Il monologo racconta di Gesù che scappa da una parte all’altra della Palestina con la famiglia per sfuggire da Erode, e in tutte le città in cui passa cerca di giocare con gli altri bambini, ma quelli lo scacciano perché arriva da un altro posto. Gli gridano: “Vai via Palestina, terun”. L’ultima parola Dario ha voluto aggiungerla perché anche noi al Nord negli anni Sessanta e Settanta avevamo delle battute feroci nei confronti dei meridionali».

Al monologo di Gesù Bambino è legato un episodio che la riguarda come attore…

«Recitavo già da una decina d’anni con Dario e Franca, che sono stati due maestri straordinari. Un giorno ero alla Libera Università di Alcatraz, fondata da Jacopo Fo, e dei ragazzini si scagliavano addosso parole violente. Io per farli smettere
mi sono messo a recitare il primo monologo di Gesù Bambino e loro hanno iniziato a ridere e ad applaudire. Quel monologo è piuttosto complicato, non avrei mai immaginato di ricordarmi tutto. È lì che ho capito che tutte quelle storie ce le avevo dentro la testa e non lo sapevo ancora».

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