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Delitto del lago, don Ettore Cannavera: «Anche gli adulti sono colpevoli»

Delitto del lago, don Ettore Cannavera: «Anche gli adulti sono colpevoli»

Cinquant’anni di sacerdozio a vocazione educativa, don Ettore ha incontrato le comunità di Abbasanta, Norbello, Macomer e Ghilarza per parlare di Manuel Careddu e del destino dei ragazzi coinvolti nel suo assassinio

Cinquant’anni di sacerdozio a vocazione educativa, tanti ne conta Ettore Cannavera. Un cammino via via più complesso, da cappellano del carcere minorile di Quartucciu a fondatore della comunità La Collina, lo ha portato oggi tra i condannati in regime di sicurezza, socialmente pericolosi. “Per me è un privilegio – dice – perché essendo persone che non hanno la capacità di discernere tra il bene e il male non verranno giudicati, ma entreranno nel regno dei cieli prima di tutti noi”. Quando don Ettore ha cominciato a lavorare nel carcere minorile il momento era favorevole alla sperimentazione; oggi la riforma carceraria non è più una battaglia condivisa, la maggioranza sembra essere giustizialista.

‘‘La cultura vincente ha propagandato la paura – dice don Ettore –; sostiene che bisogna incarcerare i cattivi per difenderci dal marcio, ma la strada che stiamo percorrendo porta dritti al conflitto. La società si deve attrezzare ai primi segnali di ragazzi che provengono da famiglie in difficoltà. Una volta nel carcere di Quartucciu vedo un ragazzino seduto che non arriva a terra coi piedi, aveva 14 anni. Gli altri commentano: «E ita seusu in s’asilu, don Ettore? Is pippius puru poninti in presoni?». Ho chiamato il giudice: il ragazzo aveva dodici denunce, viveva praticamente in strada, abbandonato dai genitori. «Se lo prendi tu – mi ha detto – firmo subito l’ordinanza». La magistratura agisce come i servizi sociali, fa di tutto perché stiano in carcere il meno possibile. Se uno delinque devi fermarlo, bloccare il delirio di onnipotenza, renderlo consapevole, poi però dargli una risposta educativa. E poi perché un ragazzino in carcere costa 600 euro al giorno e qui ne costa trenta?”

Nei giorni scorsi don Ettore ha incontrato le comunità di Abbasanta, Norbello, Macomer e Ghilarza per parlare di Manuel Careddu e del destino dei ragazzi coinvolti nel suo assassinio. In apertura di uno dei tanti libri sulla Collina si legge un passo di Khalil Gibran: «E come la foglia non ingiallisce senza il mutuo assenso dell’albero tutto, così chi erra non può farlo senza il nascosto consenso di tutti».

Quali riflessioni ha riportato dall’incontro a Ghilarza?

“L’omicidio di Manuel Careddu è un campanello di allarme per gli educatori, cioè tutti quegli adulti che hanno a che fare con l’essere umano da appena nasce fino a quando diventi persona, capace di intendere, volere e agire con etica e senso della vita. La legge distingue tra maggiorenne e minorenne perché il minorenne ha diritto a maturare la propensione alla relazione con l’altro. Sotto l’aspetto biblico il concetto è ancora più chiaro: l’uomo è fatto a immagine di Dio. Dio è relazionalità, tre in uno. Io sono e mi realizzo solo in quanto riesco a entrare in relazione con gli altri. Oggi la cultura vincente dice il contrario: mi realizzo, sono vincente se posso sfruttare gli altri. A Ghilarza nell’incontro con gli studenti ho usato la parola co-responsabilità.

‘‘Nessuno se ne può lavare le mani. Chiedetevi: come mai non mi sono accorto del malessere dei miei compagni, non ho interagito con loro ma, forse, li ho emarginati? Quando ci sono compagni che non vengono più a scuola, siete corresponsabili. Agli adulti di sera ho detto: «Quanto è successo non lo potete imputare solo ai genitori. Sono o no figli nostri? Quando uno nasce è figlio della comunità perché è tutta la comunità che educa nei diversi ruoli: la scuola, la parrocchia, la palestra, il Comune. Ai sindaci ho detto: «Quale pensate che sia il bene più prezioso della vostra comunità? Le fogne? Le strade? Sono i bambini! Se avete 100 euro a disposizione 50 investiteli per i bambini, che abbiano adulti capaci di aiutarli a crescere, che abbiano spazi dove mettere a frutto le loro capacità manuali, artistiche, intellettive, musicali». Invece sono preda di chi li sfrutta, del bar che ha solo intenti di guadagno. Questi ragazzi che si sono persi dov’erano? Il paese non lo sa. Erano negli spazi bui della comunità, meditando su come realizzarsi. Nella vita si nasce con delle potenzialità, come da un seme una pianta, ma se non la innaffi, se non la proteggi dal vento, se non dai delle opportunità si aggrega alla devianza. Chi sono io a Norbello, a Ghilarza? Se la scuola non mi considera, il gruppo degli emarginati sì.

‘‘Lì conti, ma devi drogarti, spacciare, uccidere…La terza via – spiega don Ettore – non esiste: è il suicidio, è chiudersi in casa, sono gli hikikomori, fisicamente vivi, psicologicamente morti”.

Il delitto del lago stupisce perché si è consumato in una zona che ha una storia di cultura, dalla tranquillità apparente. “La mia visione è che nell’uomo la tendenza intima è al bene. L’essere umano ha bisogno di relazione con l’altro. La cultura individualistica è soggetta all’aspetto economico: l’homo economicus mette al primo posto ciò che può possedere anche passando sul cadavere dell’altro. L’idea di Lombroso che si nasce delinquenti è superata. Quanto successo a Ghilarza mi colpisce: cosa succede a una ragazzina di 17 anni, cosa c’è dentro di lei? Ha assorbito la cultura che circola: gli altri sono a mio servizio, persino uccidendoli. Mi ricorda il caso Nuvoli che uccide Viki, le taglia la testa e la porta alla mamma.

‘‘È arrivato in carcere a sedici anni, tremava. Perché l’ha fatto? Era sotto effetto di droga, condizionato dal padre malavitoso e dalla mamma: «Se non ti dà i soldi, portami la testa». Forse era una battuta, ma gli adolescenti sono talmente fragili che eseguono inconsapevolmente le indicazioni del contesto in cui vivono. Francesco me lo disse: «Io tremavo, lei stava ancora respirando, mi ero drogato per avere la forza. L’ho fatto perché me lo aveva chiesto mamma». Ecco, la responsabilità torna sugli adulti. Altrimenti dovete spiegare che sono nati così. Ma nessuno studioso sostiene questo”.

Per contrasto la Collina è un luogo di pace. Il silenzio, il vento tra gli ulivi, sembra un monastero. Quanto è importante il luogo e la regola per il cambiamento individuale? “Dostoevskij diceva: «La bellezza del posto crea bellezza dentro di me». La relazione con l’ambiente stimola pace e accoglienza. Voglio il posto pulito e ordinato perché ci aiuterà. E poi il tempo: levata alle 6.30, alle 7 colazione in silenzio, scambio di poche parole per quello che serve. Il primo ascolto è con se stessi. Nonostante viva qui, una volta all’anno ho bisogno di andare a San Pietro di Sorres, dove si mangia anche in silenzio. I ragazzi inizialmente vanno in ansia. Un quarto d’ora di silenzio non lo reggono neanche certi adulti.

‘‘C’è un ragazzo cieco in comunità che mi dice: «Intravvedo uno spazio grande e vedo il silenzio, guardo dentro di me e mi angoscio». Educare viene da e-ducere,

significa tirare fuori invece di riempire. Siamo come una bottiglia a metà: sopra prevale il caos, in fondo c’è pace e benessere. Metà del tempo lo devi dedicare a te stesso. Nella solitudine scopro il mio potenziale e i bisogni che sono in me. È il mio modello educativo”.
 

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