Cristina Caboni, dalla Sardegna sino a Parigi il telaio che regala la libertà

La scrittrice di San Sperate parla del suo ultimo libro “La stanza della tessitrice” «Lego i personaggi alla storia dei tessuti, ma chi domina è il soggetto femminile»

CAGLIARI. Cristina Caboni, la scrittrice che ha esordito con “La custode del miele e delle api” (Garzanti) è al lavoro nelle campagne fra Uta e Villaspeciosa, ai lati della diga del Cixerri colma d’acqua. Col marito Roberto sta distribuendo il pastone di zucchero e miele nelle arnie, una cinquantina di alveari tutti in legno policromo, è un belvedere bucolico in questo sconfinato acquitrino del Campidano di Cagliari. «Il colore aiuta le api a riconoscere la loro casetta», dice. La pioggia non cessa. È il caso di rientrare a San Sperate. Da paese museo di Pinuccio Sciola è diventato anche paese letterario con Cristina Caboni che – scritto da Tuttolibri su La Stampa – ha scalato tutte le classifiche col nuovo “La stanza della tessitrice”. Personaggio che lei colloca tra Parigi e la Svizzera, tra Bellagio e Como, ma con salde radici in Sardegna. «Perché il libro nasce in Sardegna, ha la sua ispirazione proprio a San Sperate, nel laboratorio Art Textil Explorer di Pietrina Atzori, un genio di donna di 54 anni che esalta “Is scrapolarius”, gioielli di broccato ispirati all’antica tradizione popolare degli amuleti e portafortuna. Pietrina li mette in sacchettini con fiori di lavanda ed elicriso, li fa indossare, li aveva trovati in una cassapanca. Da qui il mistero e la magia dei tessuti. E di un telaio. Come è avvenuto in tutto il mondo». Lei parte con una frase di Madeleine Vionnet, stilista francese nata nel 1876 e che con Kate Reilly fabbrica abiti per la corte inglese liberando le donne dai paludamenti dell’Ottocento. «È la liberazione della donna creativa. Io vesto i miei personaggi con tutti i tessuti del mondo, dall’alpaca all’angora, dal gabelin alla lana, dalla mussola al sangallo. Donne in Europa e troviamo anche Oristano».

In omaggio a Eleonora d'Arborea?

«No, ho visto quegli abiti, li ho osservati durante una Sartiglia indossati da una bambina. Per me lei era Caterina, una lunga treccia nera. Da lì è partita la suggestione del raccontare la storia europea e sarda attorno all’abbigliamento femminile. Cerco qualcosa che stupisca, le cose dette dalla Vionnet mi hanno illuminato. I tessuti, dal punto di vista sensoriale, raccontano molto. E lo scrapolario è una protezione, lo indossi, ti protegge. Così sono nati i nuovi personaggi».

Come definirebbe la sua Caterina?

«Una donna forte, generosa, profondamente etica».

E Camilla Sampietro?

«Una donna coraggio, sensibile, creativa. È anche volitiva, segue i fili di una trama che viene da lontano inseguendo i legami tra Maribelle e la sorella che Marianne vuol ritrovare».

E tutto muta proprio con Maribelle.

«Lei è il cambiamento nell’esistenza umana, la donna che si emancipa, che supera i conformismi, è inserita nella seconda guerra mondiale e il conflitto cambia tutte le prospettive. Muore nell’incendio del suo atelier parigino circondata dalle sue creazione sartoriali. È Maribelle la tessitrice di sogni».

Il personaggio che lei ama di più?

«Caterina. Ci rivedo l’essenza di molte donne sarde cheriescono a trovare sempre una strada virtuosa da seguire. La donna sarda contemporanea è volontà di fare. Emergono molte donne capaci, competenti. Molto spesso nel libro compare Sarule, un paese dove la tessitura vera è fatta ancora col telaio verticale, non orizzontale».

Lei racconta quasi un mondo magico, onirico, lontano dalle nanotecnologie di oggi.

«Mi sento una donna moderna in società, in famiglia. Ma credo che dobbiamo anche fermarci, dare alle cose il loro significato, rifuggire dalla velocità in tutto, la lentezza va elogiata, anche il silenzio. Attingo alla mia cultura nella terra delle caprette di Maria Lai e del bisso di Chiara Vigo. Quanto mistero c’è negli abiti, nei manufatti di bisso?».

Perché dice che i tessuti raccontano la storia?

«Prendiamo la lana. Non racconta la Sardegna? Il bisso non esalta i fondali del mare del Sulcis? In questo libro lego i personaggi alla storia dei tessuti, se volete dell’abbigliamento. Ma chi domina è l’uomo, pardon, il soggetto femminile».

Come la vestirebbe Eleonora d’Arborea?

«Con un abito di seta e broccato, era una regina. La biancheria intima la farei di bisso».

E Grazia Deledda?

«La vestirei di lana e di orbace, quell’orbace che oggi è diventato prezioso in alcuni laboratori sartoriali della Sardegna interna. La Deledda in abiti di lana è autentica, sarda come la sua Marianna Sirca o la sua Cosima. Sarda capace di confrontarsi col mondo. E di vincere un Nobel».

Dell’orbace lei tesse un elogio.

«È il tessuto tipico della tradizione tessile sarda. Lo scrivo nell’esergo del capitolo 20. Affonda le sue origini in un periodo arcaico. Con un trattamento particolare le fibre vengono infeltrite dando alla stoffa impermeabilità e robustezza. Pare fosse il tessuto utilizzato dai legionari di Roma per confezionare le proprie vesti».

Un libro, questo suo ultimo, dove si respira leggerezza, eleganza e ottimismo.

«Elargisco ottimismo perché oggi ce n'è bisogno in un mondo tormentato, in una Sardegna inquieta. Noi siamo soliti prendere, invece dobbiamo dare. Le donne di questo libro dànno, aiutano chi ha bisogno.
Sono cresciuta in un'isola di miti e di leggende, i giganti costruivano i nuraghi ancora in piedi dopo quattromila anni, le janas tessevano come Maria Lai ieri e Pietrina Atzori oggi. Tessere significa coprire, proteggere. Ma anche dare e raccontare. Anche l’abito firma l’identità».

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