Dario Argento e la fenomenologia del terrore

Il regista romano, ospite ieri a Cagliari del “Punto di vista film festival”, svela aneddoti e parla del suo libro “Horror”

CAGLIARI. A settantotto anni vissuti intensamente Dario Argento continua a regalarci brividi. E se non lo fa più (almeno per ora) con la macchina da presa, il suoi messaggi terrificanti li trasmette attraverso la letteratura. Per esempio con il suo libro di racconti appena pubblicato da Mondadori, “Horror, storie di sangue, spiriti e segreti”, roba da far accapponare la pelle. Lo ha capito bene ieri sera il pubblico che a Cagliari ha affollato il Teatro Adriano per la quinta serata del “Punto di vista film festival”, con il regista romano protagonista sul palco perché invitato dagli organizzatori a chiacchierare insieme con Italo Moscati (regista, sceneggiatore, scrittore e autore e conduttore della trasmissione di Radio2 “Alle 8 della sera”) del maestro dei maestri dei film che incutono terrore: Alfred Hitchcock. Tuttavia dell’autore di capolavori come “L’uomo che sapeva troppo”, “Il ladro”, “La donna che visse due volte”, “Intrigo internazionale”, “Psyco” e “Gli uccelli” (giusto per citarne alcuni) si è parlato soltanto un pochino. La verità è chi era in sala voleva ascoltare sin dall’inizio della serata le storie e gli aneddoti del divo nostrano.

Dei sei racconti che compongono il libro si è scelto leggerne una parte del quarto, intitolato “Alchimie macabre al castello di Gilles”. «S’ispira a una storia vera che mi ha sempre colpito – ha svelato Argento –, quella del barone francese Gilles de Rais, nel Quattrocento braccio destro di Giovanna D’Arco durante le battaglie contro gli inglesi. Quando la Pulzella d’Orléans fu messa al rogo lui probabilmente impazzì e cominciò a rapire bambini e bambine per torturarli, possederli e infine disperdere i loro corpi. Scoperto e processato finì al rogo pure lui». Un altro racconto contenuto nel libro, precisamente il primo, è invece ambientato agli Uffizi. «Mi riguarda da vicino – ha raccontato Argento –. Quando girai assieme a mia figlia Asia il film “La sindrome di Stendhal” eravamo dentro il celebre museo fiorentino e io mi aggiravo di notte con una torcia in mezzo a quadri di una bellezza assoluta. La cosa mi suscitò un’impressione fortissima che ho voluto sviluppare nel racconto».

Incalzato dalle domande di Moscati, l’autore del cult movie “Profondo Rosso” ha poi parlato delle sue prime pellicole (“L’uccello dalle piume di di cristallo”, “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche sul velluto grigio”, uscito nel 1971. «Quest’ultimo – a detto ancora Argento – è forse quello a cui sono più legato. Intanto era l’epilogo di una trilogia, ma soprattutto mi portò a un cambiamento di stile modificando l’uso della macchina da presa, che da quel film in poi ebbe
un movimento molto più sinuoso». Infine una curiosità: «Scelsi i protagonisti e poi notai che assomigliavano moltissimo a me e mia moglie, che mi chiese: “Ma che ti ho fatto di male?”. Non era un caso: inconsciamente pensavo che volesse allontanarmi dal mio lavoro. Finì che ci lasciammo».

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