Il giallo del conte di Moriana Ancora mistero sulla morte

La Tac sui resti del governatore di Sassari non svela l’enigma del suo decesso Il principe savoiardo, alto e sano, si spense a 36 anni dopo aver bevuto acqua 

SASSARI. Era un tipo longilineo, dal naso prominente, alto almeno un metro e settantacinque (non poco, nel Settecento), dalla muscolatura atletica, anche grazie alla pratica dell'equitazione. Aveva però qualche carie nei denti e segni di sub-rachitismo (tibie leggermente “a sciabola”) causati dalla carenza di vitamina D per via di un allattamento prolungato (il latte materno è carente di quella vitamina) e di una vita condotta al chiuso delle corti sabaude, con relativa mancanza di esposizione al sole. Adesso che i resti del principe Benedetto Placido di Savoia, conte di Moriana, governatore di Sassari e del Logudoro, sono passati sotto i raggi della Tac, sul suo aspetto e la sua costituzione si conoscono molti dettagli interessanti. Ma bisognerà attendere i risultati di altri esami di un équipe di studiosi delle università di Sassari e di Pisa (antropologi, anatomici, radiologi, tossicologi, paleopatologi, entomologi , storici, archeologi) per svelare il mistero sulla sua morte, avvenuta a Sassari nel 1802, all’età di 36 anni, poche ore dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua. Un vero giallo.

Le indagini sul prematuro decesso del principe sabaudo erano partite dopo il recupero delle due casse avvenuto nel corso del restauro del monumento funebre eretto nel Duomo sassarese, opera in stile neoclassico di Felice Testa, un allievo di Antonio Canova, uno dei più interessanti in area sarda. Partito come progetto del Centro per gli Studi Antropologici , Paleopatologici e Storici (Csaps), istituito nel Dipartimento di Scienze Biomediche dell’ateneo turritano, l’indagine interdisciplinare promette adesso ulteriori risultati, magari clamorosi.

Per quanto se ne sa, il principe sabaudo fu l’ultimo di casa Savoia in cui si eseguì la prassi delle case regnanti – cessata solo alla fine dell’antico regime – della partizione del cadavere (eviscerazione, asportazione del cuore e degli intestini) e la successiva imbalsamazione, con la collaborazione di un chirurgo e di due anatomici dell’università. La ricognizione delle casse ha permesso di appurare che erano state depredate cinque anni dopo la morte. Non si sono trovate tracce di indumenti e di oggetti e ornamenti: bottoni, fibbie, onorificenze, armi. Tra gli studiosi impegnati nello studio, Gino Fornaciari, dell’Università di Pisa, studioso di fama internazionale noto per le sue ricerche sulle cappelle Medicee a Firenze e per avere riesumato, tra gli altri, i corpi di Giovanni Dalle Bande Nere e di Cangrande della Scala. Nell’èquipe
di ricerca i professori Andrea Montella, Alessio Pirino, Lino Bandiera, Antonio Fornaciari , Eugenia Tognotti, le cui ricerche storiche, con quelle del Direttore dell’Ufficio Beni culturali della Diocesi, monsignor Giancarlo Zichi, hanno dato il via a questo progetto di ricerca.

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