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I primi 35 anni di Gianni e Amedeo, il ristorante che stupì Sassari

I primi 35 anni di Gianni e Amedeo, il ristorante che stupì Sassari

Nel 1983 i due fratelli arrivati da Lotzorai aprirono il Giamaranto

La Trattoria del Giamaranto compie 35 anni. Era il 28 novembre del 1983 quando i fratelli Gianni e Amedeo Deiana hanno tirato su, per la prima volta, la serranda del loro locale a Sassari, in viale Dante, angolo via Torres. In quel posto c'era già un locale, la pizzeria Ferraro, che ormai pochi ricordano. «Per noi – raccontano oggi, Gianni e Amedeo – fu una scommessa. Venivamo da altre esperienze. In particolare la pizzeria-ristorante “L'Isolotto” a Lotzorai e una lunga gavetta in una trattoria di corso Sempione a Milano».

E da quel giorno è cambiata la storia della ristorazione a Sassari: il locale, che da tempo si è trasferito in via Alghero 69, è diventato il miglior ristorante della città. È lì che si dà appuntamento chi vuole fare un pranzo di lavoro, festeggiare un avvenimento familiare, portare la fidanzata alla prima uscita ufficiale. Il ristorante è, da quando esiste, il più affidabile del territorio. Quello dove non fai mai una brutta figura. In quei tavoli si sono perfezionati accordi politici, siglati affari, create alleanze commerciali. Impossibile concepire la storia sociale, politica e del mangiar bene di Sassari senza il ristorante di Gianni e Amedeo. Da quel posto sono passati politici regionali e nazionali come Francesco Cossiga, premi Nobel come Rita Levi Montalcini, artisti e personaggi dello spettacolo. Il segreto del locale? Un servizio sempre impeccabile e una qualità della materia prima sempre eccellente: dalle primizie a base di funghi e tartufi bianchi di Alba ai culurgiones ogliastrini (i Deiana sono di Esterzili).

Spazio anche per noi. «Nel nostro locale a Lotzorai – racconta Gianni – venivano sempre quattro coppie di amici sassaresi, furono loro a spingerci a venire a Sassari, dicendoci che ci saremmo trovati bene. E dopo un po’ abbiamo voluto provare. Ricordo che la prima volta che andammo a mangiare in un ristorante scegliemmo quello che era considerato il migliore in città. Il menu era a base di gnocchetti al pomodoro, spaghetti con tre vongole, ma proprio tre. E così via. Ci siamo detti: se questo è il migliore locale, forse in questa zona c'è spazio anche per noi. Così abbiamo voluto tentare. L'affitto del locale costava 600mila lire al mese. Tanti per noi, ma abbiamo chiesto un mutuo alla Banca Popolare e abbiamo rischiato. Inutile dire che non avevamo una lira. All'inizio abbiamo dormito anche sui tavoli del ristorante». Il menu del ristorante era, per Sassari e per quei tempi, rivoluzionario. Era quello che Gianni aveva imparato nella trattoria di “Gigi Il cacciatore” di Milano: gnocchetti al gorgonzola, pappardelle al cinghiale, tagliatelle ai mirtilli, tagliata di manzo con rucola e parmigiano.

«Per Sassari – dicono i fratelli Deiana – era un menu davvero innovativo che ebbe subito successo». Le basi della cucina erano quelle che avevano fatto la fortuna delle trattorie toscane a Milano: olio buono, primi piatti leggeri a base di pasta fresca e carni buone. E per finire un dessert ancora presente in menù: la rosa di gelato alla fiamma. Il successo fu immediato, i tavoli erano sempre pieni, anche a pranzo. «Addirittura – raccontano – se c'erano tavoli solo con una persona, chiedevamo di ospitare anche altri clienti anche se i nuovi arrivati non conoscevano chi era già seduto. Oggi sarebbe impossibile». Erano tempi di vacche grasse, di soldi ne giravano tanti. «I nostri migliori clienti – dice Amedeo – erano la politica e le case farmaceutiche. Prima di Tangentopoli ospitavamo tavolate di persone che mangiavano bene e bevevano meglio. Le fiaschette di Capichera arrivavano a tavola anche quando non c'era più voglia di bere». Ora le cose sono cambiate. In cucina, dopo un periodo di malattia è tornato

Gianni, affiancato da nuovi cuochi e soprattutto dalle mogli (di Gianni e Amedeo). Mentre in sala, camicia bianca e papillon, Amedeo non manca mai. «Finché possiamo _ dicono _ continueremo a lavorare. Non possiamo immaginare una vita diversa da questa».


 

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